Ci sono ancora dei porti…

Il mare di Tricase porto con il profilo della costa

“Il sapere ha un piede in mare e l’altro in terra”, anonimo.
Quercia vallonea di Tricase , esemplare ultracentenario detta dei cento cavalieri

Nel Capo di Leuca

Il proverbio citato rende l’idea di ciò che rappresenta un luogo emblematico dell’incontro tra cultura marinara e civiltà contadina. Il Capo di Leuca ospita un suggestivo scenario che evoca la vita in tutti i suoi aspetti, Tricase Porto. Non finis terrae, ma centro del Mediterraneo, è il grande insegnamento che si coglie dal visitare questi luoghi, dove il mare è importante come la campagna, dove la saggezza di popolazioni miti ha arricchito una profonda cultura locale, basata sull’accoglienza.

L’iniziativa

Gruppo di lavoro presso la sede del chieam di Tricase porto

«Infondo, cosa vuol dire autentico se viviamo un luogo basato sul meticciato?», questa è la domanda che si pone al principio della tre giorni organizzata a Tricase Porto dal CIHEAM Antonio Errico, Presidente di Magna Grecia Mare, Associazione che con la Cooperativa Terrarossa Presieduta da Daniele Sperti ha curato un Educational Tour per presentare in chiave di responsabilità un luogo non tanto e non solo vocato in via esclusiva al turismo, quanto intimamente fondato sul principio dell’accoglienza.

L’esperienza

Gruppo di lavoro in visita alla quercia dei cento cavalieri

Con Sonia Gioia di Cucinabili Visioni Ho partecipato dal 22 al 24 ottobre 2021 in rappresentanza del Disability Pride Network all’iniziativa, che porta il titolo di questo post, per testare anche la capacità di rendre accessibile le offerte di fruizione lenta e sostenibile del territorio tricasino, già vocato alla tolleranza e all’apertura delle braccia per accogliere in grembo chiunque voglia sostare. «Ci sono ancora dei porti» è una frase tratta da uno scritto del giornalista Gabriele Romagnoli, nel più ampio ragionamento e testimonianza da Tricase Porto. Su SinapsiMag E sulla stessa pagina del Disability Pride Network troverete testimonianza nei prossimi giorni di ciò che è stata l’esperienza, ma anche delle suggestioni che ci portiamo dentro al ritorno a Roma, interiorizzando l’importanza che ha per la crescita della persona un porto vero, come appunto suggerisce lo stesso Romagnoli.

Tricase comunità accogliente

Il porto di Tricase visto dall’alto con varie imbarcazioni ormeggiate

Per i lettori di Opposte Visioni vorrei sottolineare in anteprima degli aspetti di quella comunità che mi hanno molto colpito, punto di partenza per tutte le riflessioni e i contributi che seguiranno. Traendo spunto dallo Statuto comunale di Tricase, possiamo ricavare delle informazioni preziose per comprendere anche il tentativo che il territorio esprime in chiave concreta di quegli stessi principi, filo conduttore che seguirò per le testimonianze future.

Leggiamo dunque al secondo comma dell’articolo 2 dello Statuto di Tricase, dedicato ai  Principi generali, che: «La comunità locale è costituita: Dai residenti. Dai residenti anche se domiciliati all’estero e/o fuori del Comune di Tricase. Da tutti coloro che hanno un rapporto qualificato per ragioni di lavoro, di studio, di utenza dei servizi, o che scelgano di soggiornarvi anche temporaneamente/periodicamente». Quest’ultimo aspetto è molto significativo, perché nella comunità ospite viene data pari dignità anche a quei cittadini che soggiornano periodicamente, ovvero ai turisti/visitatori di Tricase. Tale dignità viene ribadita poi nella lettera D dello stesso comma, dove leggiamo che: «Primo dovere del Comune è il governo della città a misura d’uomo(…) ».
Dunque l’umanità è posta al centro della carta fondamentale di Tricase, a prescindere dalla provenienza o dal motivo che spinge la persona a vivere la comunità; risulta subito chiaro come questo tratto sia evidentemente ispirato da una cultura marinaresca dove il porto è luogo di accoglienza per chiunque lo necessiti.

Tale visione è rafforzata leggendo l’Articolo 3, dedicato agli Obiettivi fondamentali, che riporto di seguito in sintesi: «Il Comune di TRICASE informa il proprio ordinamento ai seguenti principi: la centralità della persona umana; l’affermazione della cultura dell’accoglienza, quale condivisione dei bisogni degli altri, senza distinzione di razza o provenienza; la partecipazione sostanziale alla vita della comunità, perché il cittadino sia parte consapevole dei processi decisionali; la solidarietà, il volontariato e la gratuità dell’impegno sociale come valori di convivenza civile; la valorizzazione della cultura originaria e della memoria storica della comunità; (…) il raggiungimento della piena integrazione delle realtà del mezzogiorno in quella più ampia e strutturata del Continente europeo e del bacino del Mediterraneo; (…) superare gli squilibri sociali, garantire i diritti dei soggetti svantaggiati, riconoscere il ruolo sociale delle donne, sostenere le libere forme associative; (…) tutelare e recuperare l’ambiente e il patrimonio storico/culturale; (…) qualificare i servizi erogati, elevandone gli standard anche mediante il metodo delle “carte dei servizi”, basate su criteri di trasparenza, accessibilità, responsabilità e sul principio della collaborazione tra cittadini-utenti ed operatori pubblici».

Le parole chiave contenute in questi due articoli dello Statuto si respirano nelle atmosfere vissute nella tre giorni, con un grande impegno di Terrarossa, Magna Grecia Mare e dello stesso ente promotore, di respiro internazionale, quale il Ciham. Occorre però che tutto venga supportato da un maggiore impegno degli operatori privati e delle istituzioni pubbliche locali affinchè lo stesso documento comunale si tramuti in una piena affermazione non tanto di diritti, diretta conseguenza, ma di un modello equo di integrazione nel tessuto della comunità di chiunque voglia vivere e visitare Tricase, con le proprie specificità.

Sessione finale con consegna di brochure braille nella sede del ciheam. Nella foto Massimo Zuccaro, Daniele Sperti e Antonio Errico pronti a ricevere il plico da me

In conclusione Tricase, il suo porto e tutto il territorio si presta alla piena accessibilità di luoghi e servizi, occorre solo gettare il cuore oltre l’ostacolo e realizzare con un modello concreto e vivo tutti quegli elementi che si leggono nella Carta tricasina. Chissà che questo messaggio non venga colto a pieno da imprenditori ed amministratori, perché le manca poco per divenire una comunità pienamente inclusiva, anche nel turismo.

Buon vento alle tricasine e ai tricasini, lo auguro di cuore.

Sabato di attesa e spettacolo!

Grafica di Teatri, apertura in corso

Come accennato la settimana scorsa nel post sul vaccino eccomi ad un aggiornamento, ma sul sabato, non sul vaccino! Dal punto di vista degli effetti vaccinali nulla da segnalare. Se non fosse che il giorno stesso del vaccino siamo, del tutto casualmente e in assoluta buonafede da parte di tutti, incappati nel famigerato “contatto con il positivo”… Quindi siamo in una fase di attesa, conclamata la positività della persona anoi vicina, e il primo giorno d’aprile tampone molecolare. Per ora stiamo bene, anche troppo… Infatti non ci siamo fermati!

Con Radio32 durante la settimana abbiamo lavorato ad uno speciale per la Giornata mondiale del teatro dal titolo “Teatri… apertura in corso” e questo è lo spot realizzato per l’occasione…i

Teatri… apertura in corso

saremo in onda dalle ore 18:00, in compagnia di Eddi, Daniele e Katiuscia, per sentire le voci dal di dentro e capire come il mondo del teatro ha reagito al momento straordinario e come auspica la riapertura dei sipari.

la radio che ascolta!

Logo radio32

Nella pagina dedicata alle Realtà amiche è comparsa una nuova sezione, dedicata ai Media, da intendersi sia come mezzi di comunicazione, ma trattando la comunicazione in varie forme, riguarderà principalmente i progetti specifici della comunicazione che seguo direttamente.

Il primo collegamento indicato è quello con Radio32 una webradio di comunità. Si tratta di un progetto che mi ha entusiasmato sin da subito, soprattutto per la forza che racchiude in sé, ovvero quella della prospettiva. La prospettiva intima, quella del riscatto, dell’opportunità, della possibilità. La prospettiva estrinseca, ovvero quella della condivisione, di azione dal basso.

Radio32.net è anche parte della rete del Disability Pride Network quindi giocoforza le argomentazioni e gli stimoli sono una eco che riporta sempre le stesse parole, quelle per le quali tutti noi, ogni singolo progetto di quel network, compreso quello che supporta Radio32, assume come proprio fondamento: dignità, consapevolezza e opportunità.

Per la radio sono da dicembre 2020 già redattore, e ringrazio Daniele Lauri e gli altri per l’accoglienza, umile voce del gruppo di Accesso Totale, che nasce da un blog rilanciato anche da Opposte Visioni, curato da Cristian, redattore anch’egli del format radiofonico. Nella sezione I miei podcast sotto la voce collaborazioni, troverete tutti i collegamenti dove ho collaborato direttamente, per un feedback iniziale con Accesso Totale e tutto il palinsesto.

D’accordo con l’associazione Ipse Lab, ambito in cui nasce il progetto della radio, e assieme a Sonia di CucinabiliVisioni, la cucina in tutti i sensi stiamo per intraprendere un nuovo percorso, proponendoci come redattori per una nuova trasmissione ispirata dai nostri rispettivi blog, in partenza da febbraio 2021, e sulla quale vi informeremo con specifico post.

Se volete conoscere meglio il progetto della radio di comunità potete leggere questo documento, dove vi sono anche indicazioni per sostenere il progetto.

Che dire quindi? A risentirci sulle onde web di radio32!

La radio che ascolta!

Energy Family Project: tra accoglienza e innovazione.

Copyright EnergyFamiliProject

Premessa

Riprendiamo il percorso di Opposte Visioni tra le tante realtà che si occupano di disabilità, dove essa è intesa, vissuta e promossa nella sua componente “attiva”, o dinamica, se preferite.

Ho sentito negli scorsi mesi per il Disability Pride Network Samuela Fronteddu, Presidentessa, ispiratrice e anima di Energy Family Project. Potete leggere il suo intervento per intero Qui. Di seguito una sintesi di quell’intervento, il quale apre spazi di riflessione che vanno ben al di là della disabilità, perché i presupposti e le modalità hanno una profondità tale da riguardare l’approccio verso una “nuova comunità umana”. Buona lettura.

L’associazione

Energy Family Project APS è un’organizzazione nazionale nata nel 2019 con sedi e gruppi attivi in tutta Italia. L’associazione supporta famiglie con bambini e singoli individui affetti da Agenesia degli arti, gravi amputazioni e malformazioni. Conosciamo questa realtà attraverso la testimonianza di Samuela Fronteddu, fondatrice e Presidentessa dell’associazione, coinvolta dall’Agenesia degli arti perché madre di Giulio, bambino menomato del braccio destro.

L’intervista

Samuela, raccontaci un po’ di Energy Family Project…

L’associazione ha trovato spazio ideale già dopo la nascita di mio figlio, ma è nata ufficialmente un anno fa. Ci occupiamo di sostenere le famiglie che affrontano queste patologie, che al contrario di ciò che si potrebbe pensare, sono tante. Uno dei nostri obiettivi è quello di creare rete tra loro. Attualmente sosteniamo 500 famiglie in tutta Italia, sia a livello morale, burocratico e terapico e registriamo ogni settimana uno o due nuovi contatti di famiglie.

Quali le problematiche più importanti che affrontate?

Ce ne sono tante. Mi preme sottolineare, ad esempio, come in Italia non sono state mai adottate linee guida fisioterapiche pediatriche per bambini con amputazione. Se nessuno le scrive, nessun bambino riuscirà , di conseguenza, a iniziare un percorso di riabilitazione, perché il personale medico non saprà come agire. In altre realtà europee si lavora con queste linee guida fisioterapiche, studiate anche dai nostri professionisti. Siamo fortemente impegnati affinché vengano adottate anche in Italia, consapevoli che ci vorranno anni.

Con quali realtà collaborate?

Nonostante l’associazione sia nata da poco, basiamo il nostro operato su una grande concretezza. Ad oggi, tra le più significative, collaboriamo con la Fondazione “Santa Lucia” (centro europeo per la neuro-riabilitazione) e il distaccamento di Palidoro dell’Ospedale Pediatrico “Bambin Gesù”, con il quale abbiamo avuto un accredito recentissimo per una partnership finalizzata alla costituzione di un nuovo polo di chirurgia della mano e del piede.

Samuela, cosa rappresenta per te la diversità?

Ho dovuto confrontarmi con questo termine quando è nato Giulio. Ho imparato a comprendere che mio figlio è una persona unica, che non si è mai sentito diverso dagli altri. Il mio impegno di madre è quello di farlo sentire come tutti gli altri. Da mamma vedo oggi Giulio come un bambino e il mio impegno è farlo diventare un uomo. Quando è nata l’associazione e ho iniziato a conoscere altre madri, al di là della loro provenienza geografica o di ogni differenza etnica e culturale, ho scoperto che il dolore e la paura di quelle madri erano come le mie. Qui è nata una scintilla che mi ha spinto a sostenere e affiancare altre madri.

L’accoglienza cos’è per te?

L’accoglienza per me è tutto. Incidono sicuramente le mie origini sarde, dove abbracciare le persone vicine a me è un gesto che mi viene naturale e rappresenta l’accoglienza dell’altro. Con l’associazione cerchiamo un contatto con le persone (anche se spesso ci cercano loro) in maniera delicata, per poi farle entrare nel gruppo, sempre con gradualità e volontariamente. Alcune persone sono affamate di vicinanza. Altri si sento no protetti, ma sono diffidenti. Per noi accoglienza significa dare loro un punto di riferimento e un conforto.

Quali gli obiettivi per Energy Family Project nel il 2021?

Visti i grandi impegni che portiamo avanti, alla luce delle restrizioni che stiamo vivendo, dichiarare oggi questi obiettivi ci dà fiducia per il futuro, perché consapevoli di costruire i pilastri di un lavoro buono. Per noi gli obiettivi sono chiari e limpidi:L’adozione di un protocollo nascite per le famiglie; questo per garantire l’accoglienza della famiglia, favorendo i processi di socializzazione con altre famiglie già coinvolte, fornire assistenza burocratica e indirizzare verso soluzioni terapiche idonee. Scrittura delle linee guida fisioterapiche e terapiche pediatriche. L’introduzione nel sistema di protesi low coast.

Puoi approfondire quest’ultimo aspetto?

A proposito di quest’ultimo punto volevo segnalare che siamo chapter italiana di E-nable, comunità mondiale, e forniamo device ai bambini stampati in 3D. Grazie alle competenze di molti nostri associati, abbiamo vari laboratori sul territorio nazionale. A tal proposito segnalo il sito dedicato a questa specifica attività di supporto per le protesi a basso costo.

Samuela, un auspicio per concludere…

Per concludere ribadisco la volontà affinché mio figlio non cresca disabile, perché lo Stato e il corpo sociale devono assumersi le loro responsabilità verso coloro che hanno delle fragilità.

Anna Fusco, una delle testimonial EnergyFamilyProject

Grazie a Samuela Fronteddu per il suo intervento e per l’operato di Energy Family Project., realtà che indica una tendenza ben precisa da seguire: quando le soluzioni sembrano lontane per volontà di pochi, esse sono a portata di mano e realizzabili grazie all’impegno di tanti, quindi occorre sempre agire.

Cooperativa aCapo: Includere per innovare.

Logo Acapo

Premessa

La striscia, ad oggi breve, delle #StorieDalNetwork per presentare le differenti realtà del Disability Pride Network del nostro Paese – che spero di riprendere quanto prima – si è, ad un certo punto, imbattuta in una coop molto interessante. Questo contributo inedito, è ispirato ad uno slogan della Cooperativa aCapo, presieduta da Roberta Ciancarelli, “includere per innovare”, appunto.

Questa realtà mi ha colpito perché il tema dell’inclusione lavorativa delle persone con disabilità resta molto sensibile nel panorama italiano. Il mercato del lavoro in Italia è in sofferenza, con nodi cristallizzati in anni di cattive politiche del lavoro. Il collocamento mirato e le altre formule di indirizzo per l’inclusione lavorativa dei disabili soffrono maggiormente delle carenze e dei ritardi, non solo per la crisi Covid19, ma perché al cattivo costume di non applicare strumenti di Politica attiva del lavoro delle categorie svantaggiate, si aggiunge la pessima abitudine del tessuto datoriale di lavoro – Stato compreso – che non volge lo sguardo verso questa esigenza della società italiana.

L’azione

Laboratorio progetto InOnda

Per tale motivo, tra gli altri, è da ribadire l’importante ruolo della Cooperativa aCapo, che con pragmatismo interviene nel mercato del lavoro, stimolando la risorsa più importante, il capitale umano; tutto ciò nella direzione dell’inclusione lavorativa delle persone con disabilità, professionisti a servizio del mercato.

La voce

Giammarco Nebbiai, responsabile comunicazione e socio della Cooperativa dal 2006, presentandomi questa realtà spiega:

“A capo è un’importante cooperativa sociale perché offre servizi di contact center a amministrazioni pubbliche e imprese, adottando nella propria mission un principio importante, quello della inclusione lavorativa delle persone con disabilità. aCapo, infatti, non opera in termini di assistenza, seppur questa sia un’attività importante, ma punta sul coinvolgimento attivo delle persone con disabilità per operare sul mercato. In oltre quarant’anni di attività della cooperativa, hanno trovato occupazione migliaia di lavoratori in condizioni di fragilità, trovando collocazione ad ogni livello della nostra organizzazione in base a preparazione, motivazione e opportunità”.

Attività InOnda

Come evolve oggi la collocazione della Cooperativa sul mercato del lavoro?

“Oggi le condizioni di competizione severissime; il valore sociale di imprese come la nostra non è sufficientemente riconosciuto e tutelato, ma resta ben presente il nostro impegno. Abbiamo anche dato maggiore slancio alle attività di progettazione sociale, con le quali di buone prassi sul territorio, esperimenti di sociale che ci vedono occupati con progetti come “Hostability”, che cerca di trasferire ad un gruppo di giovani persone con disabilità la capacità di operare nel campo degli affitti e delle esperienze turistiche accessibili, e “InOnda” che coinvolgerà un gruppo di giovani nella creazione di una webradio e un web magazine per stimolare la capacità di espressione e relazione con il territorio in cui vivono ”.

Come perseguire e proseguire l’azione di tutela dei diritti dei disabili?

“Intanto proseguire con manifestazioni e iniziative come il Disability Pride. Le leggi necessarie sul lavoro, sull’inclusione scolastica, sull’eliminazione delle barriere architettoniche dalle città esistono da anni; sarebbe ora di cominciare ad applicarle. È questione di visione e volontà dei decisori”.

Ringrazio Gianmarco Nebbiai per gli stimoli importanti che ha dato su un tema fondamentale, quale è il diritto al lavoro delle persone con disabilità, sancito anche nell’articolo 27 della Convenzione dell’ONU, oltre che nella seconda parte dell’articolo 3 della nostra Carta Costituzionale, aspetto sul quale interviene egregiamente la Cooperativa Acapo.

Per conoscere di più le iniziative della Coop potete visitare il Sito web e per restare aggiornati sulle varie iniziative seguire la loro Pagina FB.

Il libro bianco sulle droghe 2020.

Fuoriluogo. Copertina del libro bianco sulle droghe

Il 26 giugno scorso, Giornata mondiale indetta dall’ONU contro l’abuso di droghe e il narcotraffico, c’è stata la presentazione dell’Undicesima edizione del Libro Bianco sulle droghe curato da Forum Droghe, che in verità aveva già visto una presentazione ufficiale il giorno prima, quando durante la manifestazione di Montecitorio indetta da MeglioLegale veniva presentato alla Camera dei Deputati il documento elaborato per fotografare il livello di consumi in Italia e sullo stato delle politiche per la prevenzione del danno. Al webinar di presentazione del documento alla stampa hanno preso parte i rappresentanti delle realtà e i ricercatori che hanno contribuito alla stesura di quest’importante documento di analisi che, è utile sottolineare, , non è prodotto da un’agenzia pubblica, ma demandato alla volontà del terzo settore e delle realtà dei servizi alle tossicodipendenze.

Il quadro generale

Dalla lettura di questa edizione del libro bianco emerge il verificarsi di una doppia realtà, che a sua volta comporta due conseguenze; nel complesso la ricerca restituisce la fotografia di un paese ancora impreparato ad affrontare strutturalmente la questione. Da un lato l’immobilità della politica, al cospetto del fatto che in tutto il resto del mondo – a a prtire dalle agenzie dell’ONU – ci si sta ponendo il problema del proibizionismo, ovvero l’arretratezza sociale e le difficoltà economiche che comportano le politiche proibizioniste. D’Altra parte c’è l’incapacità della stampa italiana di presentare la questione del consumo non come un aspetto legato alla pericolosità sociale (percezione provocata dalla presenza nella cronaca legata alle sostanze della criminalità, come gestore unico del mercato di riferimento), non già per quello che a tutti gli altri appare ovvio, cioè come una questione legata alla scelta personale, alla tutela dei consumatori e riferita ad aspetti di tipo socio-sanitario.

Cosa non fa la politica

Dal lato della incapacità della politica di agire nel senso di evoluzione del sistema, con l’approvazione di una politica di prevenzione ancor più che di repressione, ha come conseguenza il disumano sovraffollamento delle carceri e intasamento del sistema giudiziario, con più di 172000 processi per reati legati al consumo di droghe, rispetto a soli 40mila per reati di traffico, come ricordava Elia De Caro di Antigone durante il suo intervento; si ricordava anche come il 35% della popolazione carceraria è costituito da donne ed uomini private della libertà personale per reati riconducibili al consumo e al piccolo spaccio, dato emerso anche durante la presentazione della Relazione al Parlamento di Mauro Palma, Garante Nazionale delle persone private della libertà,svolta sempre durante la mattinata del 26 giugno. Una seconda conseguenza è quella paradossale vissuta dai consumatori di cannabis terapeutica, che spesso anche in presenza di prescrizioni mediche hanno delle conseguenze penali perché ritenuti “contravventori” per la legislazione attuale, con una serie di conseguenze personali che aggravano situazioni socio-sanitarie già poste di frequente al margine dell’attenzione degli enti di cura e assistenza. In generale, l’assenza di uniformità dei servizi sul territorio nazionale e di politiche nel settore emerge con forza, denotando un gravissimo e colpevole ritardo della nostra dirigenza politica e del Parlamento rispetto a tutto quel mondo occidentale (e non solo) che invece si è posto il problema di cambio di passo, compresi quegli stessi Stati Uniti che iniziarono la guerra alle droghe, con il sostegno all’approvazione della prima convenzione internazionale di contrasto nel 1961. Oltretutto questo cambio di passo non è rallentato con il Coronavirus, bensì ha visto in varie realtà accelerazione per tentare di arginare le conseguenze del Covid; si è notato in alcune esperienze degli states come una politica antiproibizionista mitigasse le conseguenze economiche della crisi.

La cattiva informazione

La conseguenza emersa a carico del ritardo del mondo della comunicazione ad adeguare lo standard qualitativo delle informazioni attorno al mondo delle dipendenze e del sistema carcerario è riconducibile al persistere di uno stigma che a livello sociale ancora è fortemente pervaso nella nostra collettività. Ciò dimostra il grande disinteresse per la questione del consumo delle sostanze, un fenomeno che complessivamente coinvolge 8 milioni di cittadini italiani. Non sono di certo una quota marginale della popolazione. Questi cittadini, aspetto rivendicato con forza da molti relatori, meritano attenzione da parte della politica anche per una tutela come consumatori, quindi con una ovvia normazione del mercato per controllare la qualità delle sostanze circolanti, aspetto che denoterebbe appunto il rispetto di persone che scelgono consapevolmente quale sostanza consumare, sforzo che presuppone la capacità di allontanarsi dall’immagine di un drogato pronto a comprare di tutto sul mercato illegale pur di provocarso lo “sballo”.

La cannabis come volano antiproibizionista

Ruolo importante nella relazione e al centro del dibattito di queste settimane lo ha la cannabis, considerando anche la vicinanza della manifestazione di piazza Montecitorio e l’iniziativa dei cento parlamentari, che durante gli Stati Generali delle scorse settimane hanno scritto una lettera a Conte per ribadire l’importanza di valutare politiche di depenalizzazione per tutti i motivi sinora descritti, oltre che per motivi economici visto il tema della serie di meetting di Villa Panfili. Tutti i relatori hanno sottolineato la necessità di decriminalizzare e regolamentare la produzione, l’uso e la vendita di cannabis, per poi aprire la strada antiproibizionista verso tutte le sostanze, in modo da sottrarre da un lato potere economico alle organizzazioni criminali, dall’altro trarre risorse per i livelli di cura e assistenza – guardando alla riduzione del rischio -, sia in termini di risorse liberate nel sistema giudiziario, inquirente e penitenziario, sia per gli introiti diretti derivanti dalle imposte sul commercio dei vari prodotti, fattori che darebbero respiro non poco alle casse dello stato, oltre a vedere l’attivazione di centinaia di migliaia di posti di lavoro.

Ovviamente sui canali social di Forum Droghe e FuoriLuogo troverete traccia del webinar e degli altri appuntamenti dedicati alla presentazione del libro bianco, che potete trovare e scaricare Qui

I diritti dei disabili dalla prospettiva del territorio.

Il paese che vorrei, logo.

Alle lettrici e ai lettori più acuti di OpposteVisioni non sarà sfuggito il particolare che vivo attorno a Roma, pur essendo di origine pugliesi. A Roma ci siamo arrivati dopo un percorso particolare, raccontato sul vecchio Blog, dove il tentativo di autoimprenditorialità come consapevole affermazione sul mercato del lavoro non ha dato i suoi frutti. Dopo un esperienza a Roma città, per una serie di circostanze vivo nella parte nord della Città Metropolitana (una volta si diceva in provincia), nella cosiddetta “Perla del Tirreno”. Vivendo questo territorio mi sono relazionato con tutte le problematiche e le questioni che accompagnano la vita di un disabile con problemi di vista, come la fruizione del territorio, il livello di infrastrutture e servizi e, ovviamente, ho dato uno sguardo alla comunità. Grazie ad Antonio, amico romano Salentino come me, mi è capitato di conoscere Daniele, un’altra persona con problemi di vista che vive sul mio stesso territorio da anni, e qui si è aperto un mondo che non avrei immaginato, anche se la provincia romana è diversa da quella salentina, quindi non con un eccesso di sorpresa.

A chi vive nella zona tra Santa Severa, Santa Marinella e Civitavecchia sarà capitato di sentir parlare de’ Il paese che vorrei, associazione che sul territorio si occupa di coordinare dal punto di vista politico una serie poliedrica di energie, unite dall’interesse per il bene comune e la collettività. Ma la rete che mi ha permesso di conoscere Daniele va al di là dell’associazione santamarinellese, dove ovviamente si affrontano principalmente tematiche legate al territorio, oltre che alla promozione di buone pratiche universali. Tra esse, e grazie proprio alla funzione di stimolo e collegamento di Daniele, l’Associazione arriva a far parte della più ampia rete del

Disability Pride Italia

Disability Pride che si occupa appunto della divulgazione della cultura delle disabilità e dell’accessibilità universale con una serie di iniziative, tra le quali il #DisabilityPride che quest’anno per via della crisi del Coronavirus non si è svolto nella data programmata del 7 giugno. comunque Il network espressione del Pride – nell’attesa di recuperare in altra forma l’appuntamento principale dell’anno – continua una serie di iniziative sui vari territori, come ad esempio a Santa Marinella. Attività in rete con il Disability Pride, organizate da “Il Paese Che Vorrei” e volute da Daniele Renda, tutti argomenti, attività e personaggi che compariranno negli articoli delle prossime ore su OpposteVisioni, oltre ad essere presenti nella pagina delle reltà amiche.

Quale ipotesi seguire in politica? Tra emergenzialità e normalizzazione.

Tra virgolette, per Memoria futura vi propongo oggi un post scritto nel 2013 a proposito d un’esperienza molto interessante. Si trattava di un “esperimento” se volete, ma era più che altro un ben riuscito modo di aggregare le persone tramite i socialnetwork, Twitter nello specifico, quando ancora i social erano un posto non dico sano, ma per lo meno abitabile. Erano gli Indivanados, una sorta di antesignani dei FacciamoRete di oggi, delle Sardine ante litteram, che interpretavano l’impegno in maniera “accomodata”… Una presentazione del movimento (del tutto spontaneo) in una lettera del suo ideatore che potete leggere qui se il vecchio blog, fonte di ispirazione per questa categoria, si apre, visto che spesso va in blocco.

Sul vecchio blog inoltre ospitai il suo fondatore, noto alle cronache social come Gabriel Ektorp (da notare come il nomignolo fosse riconducibile ad un modello di divano!), che spiegava il senso di questo “gioco” che, tanto per giocare, portò ad un congresso nazionale a Roma nell’ottobre di quell’anno. Subito dopo l’appuntamento capitolino, che ricordo con gran piacere, scrissi queste riflessioni, ritenendole ancora del tutto valide. Buona lettura.

“Questo post ha l’obiettivo di stimolare un approccio “Differente” all’osservazione della “diversità” nel suo insieme, come concetto politico-sociale, ma anche come aspetto del singolo vissuto. Tale tentativo di contribuire allo sviluppo di più corrette definizioni parte dal confronto con gli amici Indivanados, aspirando ad essere un ragionamento tra le maglie della politologia, ma con un senso meno tecnico e più di “ispirazione” (leggilo: di prospettiva). Infatti ho parlato di “normalizzazione delle diversità” all’interno del Congresso degli Indivanados del 19 ottobre scorso (2013, NDA), intervento a braccio, che merita un approfondimento, alla luce della mia nomina a Ministro delle Politiche Sociali del Governo della repubblica del Divano, contraltare al governo della Repubblica delle Banane, ovvero l’attuale governo Letta. Ma di quest’ultimo aspetto verrà un post dedicato. Tale contributo serva da chiarimento a chi era alla Casa internazionale delle Donne il 19 ottobre e, per tutti, come premessa valida per ciò che seguirà.

Occorre partire dalle definizioni così come rintracciate sul web e assolutamente condivisibili nella loro forma. In senso lato con normalizzazione si intende un qualsiasi processo che modifica un oggetto per renderlo più normale, il che significa tipicamente renderlo più conforme a qualche criterio di regolarità, oppure di rendere alcune sue caratteristiche più vicine a quelle che si riscontrano mediamente, oppure di farlo ritornare aduna situazione più usuale dopo un evento che l’ha portato ad uno stato anormale. Questo termine ha significati specifici in molti campi; per leggere la fonte di questo pensiero vai qui.

Per emergenza (emergenzialità) si intende invece la circostanza imprevista,caso grave, urgente, situazione di necessità. In caso di emergenza, di necessità urgenti. Provvedimenti di emergenza, straordinari. Stato di emergenza, situazione pubblica di particolare difficoltà e pericolosità, che richiede provvedimenti speciali e urgenti: dichiarare lo stato di emergenza (per la definizione vedi qui).

Il ragionamento che segue si baserà sulla dicotomia emergenzialità-normalizzazione, che di solito si riferisce alla “diversità” in senso ampio, per ricondurla qui più specificatamente alle disabilità. Già su twitter mi sono concentrato su questi tre aspetti fondamentali, specchio evidente del concetto di “diversità” nel nostro tessuto sociale, dove la diversità è nell’intendere il ruolo di quell’elemento nella “normalità”di nemesi del Paese. I tre ambiti, aspetti, categorie se volete, sono:Immigrazione, dialogo intergenerazionale, disabilità. Se ci fate caso sono tre aspetti che negli ultimi mesi, settimane, sottintendono a numerosi passaggi della dialettica politica, del dibattito sociale. Dell’immigrazione già trattai parzialmente nella tesi di laurea del 2008, proprio in relazione allo stato di continua “emergenzialità” con la quale si affrontava, e mi pare di poter dire,si affronta la questione. Ma evidentemente, le istanze di “rottamazione“ poste da alcuni attori politici, alludendo al ricambio generazionale, piuttosto chele vicende di alcune categorie di disabili hanno posto fortemente tale ragionamento in assetto trasversale per questi tre ambiti sociali. I lacci e i collegamenti sono molteplici, si pensi solo al ricambio generazionale della popolazione sostenuto dagli immigrati, piuttosto che ai servizi di welfare e assistenza per lo più affidati ad essi, eccetera. Ma è su aspetti generali che vorrei soffermarmi,per poi glissare nuovamente sulle disabilità.

In Italia siamo stati abituati al fatto che ogni fenomeno o effetto sociale debba essere sempre affrontato come se fosse una scure che piova dall’alto, dove politica e corpo sociale, in massima parte, non sono mai, sottolineerei mai, pronti ad interiorizzare quel cambiamento piuttosto che quel fenomeno specifico. Si parla di rinnovamentogenerazionale da trent’anni, di immigrazione da quasi quaranta, come diintegrazione ed inclusione dei disabili. Le decisioni politiche non son omancate; spesso sono state corrette e preludevano alla giusta direzione daseguire, ma l’applicazione pratica è sempre stata assente, fallimentare sepresente, in ogni caso mai all’altezza. Se penso all’emergenzialità mi viene sempre da riferirmi allo stato dell’assetto idrogeologico del nostro Paese, dove l’evidenza è sotto gli occhi di tutti, nessuno fa nulla, e poi alle prime 3 ore di pioggia i tg o i giornali titolano “emergenza maltempo”… Insomma, pare che nel nostro modo di affrontare ogni tematica non ci si trovi aproprio agio se non pensando che sia eccezionale, d’emergenza, che non ciriguardi fino in fondo, che sia una condizione anomala rispetto al nostro modo di intendere il mondo e le cose. Una soluzione c’è? Esiste la possibilità di sovvertire questo aspetto che, da tempo sostengo, essere di “inferiorità antropologica”? Credo di si. Spostando sull’asse degli estremi emergenzialità-normalizzazione l’asticella verso la seconda, preludendo a un lavoro culturale, da iniziare individualmente, dentro di noi, che poi possa condurre alla effettiva esplicazione nei gesti e comportamenti sociali,politica compresa. Intendo dire che occorre attraverso la “normalizzazione”, o se preferite interiorizzazione, di taluni fenomeni sociali ed umani ridare dignità al termine “emergenza”, proprio perché essa allude ad uno stato eccezionale da affrontare adeguatamente. L’esempio? Emergency di Gino Strada. Non aggiungo altro. Sostengo questo perché occorre comprendere e interiorizzare fino infondo che un disabile è portatore di dignità e la componente numerica di questa categoria nel corpo sociale italiano richiede maggiore attenzione, perché i disabili meritano una maggiore considerazione prima, una piena integrazione e un’effettiva inclusione sociale; questo per lo stesso motivo per il quale il passaggio tra generazioni sia un meccanismo fluido in ogni settore, dove venga di fatto dato spazio alla freschezza e all’entusiasmo di classi più giovani e meritevoli,e i più anziani con fiducia devono lasciare spazio, così come gli immigrati devono essere considerati parte piena della nostra comunità nazionale. Tre atteggiamenti che sarebbero ovvi, normali, in un tessuto sociale libero dalla morsa paranoica della continua emergenza sociale. Ma ora mi concentrerò sull’aspetto delle “diversità” a me più vicino, la disabilità, per districare meglio questo concetto.

Premetto, come dissi a Roma nel mio intervento a braccio, che è un ragionamento assimilabile anche ad altri aspetti delle “diversità” di cui siamo tutti portatori, estendibile ad altre vicende umane vissute come “emergenza”,ovvero condizione delle donne od omosessualità. Per competenze ed esperienza resto sulle disabilità. Quindi per “normalizzazione delle diversità” non intendo un appiattimento del vissuto soggettivo né tanto meno ad una omogeneizzazione od oscuramento di talune categorie sociali, bensì ad una completa assimilazione della “diversità” di cui ognuno è portatore, che merita eguale attenzione, uguale trattamento e considerazione, proprio perché il minimo comun denominatore è la “dignità”. Un disabile può e deve essere valorizzato anche come soggetto economico, un disabile può e deve avere pari considerazione e inclusione sociale, ogni disabile deve evitare processi subdoli, a volte involontari, di marginalizzazione. Questo perché al di là delle condizioni personali ognuno ha pari dignità sociale. Tutto ciò è chiaramente ispirato dal più disatteso degli articoli del nostro dettato costituzionale, l’articolo 3, che vorrei ricordare: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Mi sembra chiaro. La Repubblica Italiana ha profondamente fallito in questa direzione, ora tocca a noi, singoli e corpo sociale.”.

Domande ex post: nel 2020, al di là delle citazioni della politica o riferimenti vaghi a fatti di cronaca dell’epoca, mi chiedo se per la piena inclusione dei disabili c’è stata una sorta di normalizzazione, se italiani di origine straniera sono stati soddisfatti nelle loro aspettative di essere pieni cittadini della Repubblica, se la componente anziana ha ricevuto adeguate risposte nelle richieste di un welfare moderno? Per rispondere, ovviamente, scremate ogni pensiero dall’emergenza, questa si, del Coronavirus.

NB: post scritto il 22/10/2013. Per la sua redazione mi accompagnai alla lettura di alcuni documenti rintracciati in rete. Alcune cose, a distanza di anni, sono state rimosse o disperse, ma alla data della pubblicazione di quest’articolo ho recuperato alcune cose. Per i processi di normalizzazione in politica, consiglio la lettura di qquesto documento del 2001 della Commissione europea. Per un’idea sui processi della normalizzazione in relazione alla disabilità consiglio la lettura di questo documento. Per la presenzadelle diversità, nell’accezione più ampia, in ambito della comunicazione, interessante è questo contributo che descrive la presenza di differenti categorie in ambito pubblicitario.