#IoColtivo Appunto 1: genesi di un consumatore.

Piantina di cannabis

Questo post arriva durante l’assemblea web promossa tra gli aderenti alla campagna #IoColtivo e oggi ha la funzione di presentare un profilo veloce e dare un feedback fotografico a poco più di tre settimane dal germoglio.

Ma perché coltiviamo cannabis?

Come molti ho iniziato a fumare per via della voglia di contestazione, l’antimilitarismo e i sentimenti di pace, sospinto dagli ascolti musicali e dall’entusiasmo giovanile, ma non ho iniziato a fumare adolescente, bensì dopo i 18 anni.

Ben presto mi sono accorto di una coincidenza e dalle canzoni, alle ricerche e ai riscontri scientifici, mi ci è voluto poco per capire che quando fumavo il glaucoma, malattia oculare di cui ero affetto, mi dava tregua. Diciamo che con questa “scusa” ho passato la fase universitaria, studi Erasmus compresi, in maniera allegra! 😎

Sonia invece ha avuto il classico approccio giovanile e per molti anni non ha più fumato canne o assunto Cannabis in altra maniera dopo uno svenimento attorno ai vent’anni. Poi l’entusiasmo del box, la giusta atmosfera all’estero e gli anni di esperienza che insegnano l’autocontrollo l’hanno riavvicinata moderatamente al consumo. Come non godere di quel ben di Dio! In coppia, inoltre, ci si diverte di più! 💓😘

Poi arrivano un po’ di problemi cronici dovuti dalla disabilità visiva e oggi mi ritrovo ad assumerla, oltre perché mi da gusto e mi aiuta a dormire, anche perché ha un certo effetto analgesico e antinfiammatorio che mi aiuta a sopportare meglio i dolori articolari. Non ho patologie riscontrate ufficialmente e in generale gradisco assumere questa sostanza piuttosto che altre per alleviare le mie sofferenze fisiche.

Inoltre, che sia ben chiaro, a me piace, anche più del bere vino. Quest’ultima passione, come degustare cannabis, se coltivata con moderazione e nei limiti tollerati dal proprio organismo, ritengo che diano lo stesso livello di soddisfazione dell’anima, perché in grado di trasmettere sensazioni tramite le caratteristiche organolettiche, attivando perciò tutti i sensi.

Detto questo, al prossimo post per un aggiornamento più tecnico sulla coltivazione primavera-estate 2020. 😏✍️👋🏽

Novità dalla Cricca! 😊

Dal sito di Sky apprendo dell’uscita di un nuovo singolo della Cricca, alias La Cricca reggae, gruppo Reggae lucano Che non sentivo da un po’ di tempo. in una nota Presentano questo nuovo video di un vecchio brano inciso in collaborazione con la band salentina dei Sud Sound System.

Mi ricorda le vecchie sono Rita anni 90, anche se come molti brani degli ultimi tempi, anche degli stessi salentini SSS, peccano di un eccesso di giovanilismo.

Nel complesso un bel brano.

Il reggae in Italia.

Concerto reggae del festival RototomSunSplash. @dolcevitaonline.it

Premessa

In chiusura del lungo ed articolato post sul reggae giamaicano, e l’importanza mondiale dell’Afroreggae di Alpha Blondy, mi ero ripromesso di trattare in uno specifico post la scena del reggae italiano, che di fatti è molto ricca ed entusiasmante, come vedremo. Che dire? La stessa raccomandazione dell’altro post: tempo per leggere e buona predisposizione all’ascolto di molta buona musica!

Il movimento reggae (dando un’accezione molto ampia al genere secondo l’interpretazione degli artisti nostrani) nel nostro Paese ha visto una platea ampia di musicisti attivi nei differenti stili del ritmo giamaicano, anche se ha dominato nella produzione molto roots. Di seguito vediamo i principali protagonisti – band o singoli interpreti – per decenni, partendo dalle origini (siamo agli inizi degli anni Ottanta) fino agli artisti di maggior peso nel panorama reggae italiano, molto apprezzati anche all’estero.

Anni Ottanta

Inizialmente la scena reggae italiana era povera. I gruppi degli anni ottanta che suonavano in levare si potevano quasi contare sulle dita di una mano. Gli Africa Unite, band nata a Pinerolo (Nel torinese, NDA), fu il primo esempio di un certo peso che dal 1984 irruppe con il reggae in Italia e nel 1987 pubblicarono il loro primo album, al quale ne sono seguiti altri 15, affermandosi come uno dei gruppi più longevi e prolifici del reggae italiano.

Ma oltre al Piemonte degli Africa Unite, anche in altre regioni il reggae stava appassionando vari giovani musicisti. Un documentario che ben rappresenta e racconta quel periodo è “Rockman”, firmato da Tommaso Manfredi ed interamente dedicato alle origini del reggae in Puglia e alla storia di Militant P, voce e chitarra degli Struggle e fondatore del gruppo che divenne poi Sud Sound System, oltre che a raccontare varie band baresi, tra le quali i Suoni Mudù.

Contemporaneamente nascevano gruppi in Sicilia (Jah Children Family), in veneto (Puff Bong), regione che vide la produzione del primo disco reggae in assoluto di un gruppo italiano nel 1986. Da questo primo progetto veneto nel 1989 nasceranno i Pitura Freska;

Anni Novanta

Giungendo agli anni novanta occorre rilevare come gli ambienti urbani furono il terreno di coltura per la nascita di numerosi gruppi reggae, legati al movimento politico e sociale denominato Posse. Le Posse musicali si sviluppano principalmente nell’ambito dei centri sociali e sono caratterizzate da un linguaggio antagonista ed antifascista, concentrate su tematiche sociali e politiche attraverso la musica reggae, raggamuffin e rap. Da qui vedono la luce gruppi come i 99 Posse che, dal centro sociale Officina 99 di Napoli, hanno unito musica e militanza ed ottenendo ampi consensi sia dal pubblico che dalla critica.

Da rimarcare come questo gruppo napoletano si sia sciolto e riunito varie volte, vedendo parallelamente attivi vari progetti dei suoi protagonisti principali, Mag (voce femminile) e Zulù (Front-man), che hanno avuto una carriera interessante anche come solisti.

Nella scena romana il raggamuffin dei Villa Ada Posse racconta la vita dei ragazzi e le problematiche legate al quotidiano della capitale, non trascurando tematiche relative alla liberalizzazione della cannabis, ma incidono anche canzoni d’amore e di totale disimpegno.

Molto impegnati politicamente sono invece i Radici nel Cemento, un gruppo di Fiumicino (Roma), comparso sulla scena reggae italiana nel 1993, anche se in formazione stabile dal 1995. Le sonorità sono per la maggior parte reggae, con chiare venature dub ed alcune variazioni più veloci (Rocksteady e Ska). Questo gruppo della scena romana si configura come uno dei più longevi ed interessanti del reggae italiano, oltre che affermati anche a livello internazionale, dove hanno conquistato il pubblico con la loro capacità di raccontare storie e circostanze in romanesco. Una per tutte questa sul traffico di Roma!

Per divagare negli ambienti ska, un riferimento lo merita anche il trombettista siciliano Roy Paci, che ha prodotto veramente moltissimi progetti musicali, ma è divenuto celebre sulla scena reggae (anzi, ska per la precisione) come strumentista dello spagnolo e celebre Manu Chao, poi fondatore del gruppo Aretuska, creando fantastiche suggestioni in studio e suonando in dei live molto intensi in tutto il mondo, oltre che a comparire spesso in televisione, garantendo una platea di ascolto del genere reggae-ska ad un vastissimo pubblico. Un suo brano per tutti questa dedicato alla sua. Sicilia

Per tornare alla produzione roots, assieme agli Africa Unite, possiamo annoverare tra i gruppi più importanti di musica reggae in Italia i bergamaschi Reggae National Tickets, con il loro roots reggae con elementi pop, ma molto intenso e profondo, caratterizzati da una eccellente produzione musicale.

Merita una citazione particolare il loro cantante Stena, che nel 2000 lascia l’Italia alla volta della Giamaica e cambiando nome in Alborosie, riesce ad imporsi sulla scena reggae internazionale come musicista, ma anche come produttore.

Originario salentino quale sono, non posso non dedicare una menzione particolare ai sopra citati Sud Sound System, “gruppo che dagli esordi ha sempre continuato a proporre reggae di qualità”, come afferma lo stesso Bunna. Usando il locale dialetto, hanno prodotto contenuti di alta qualità, ai livelli degli artisti giamaicani, anzi, con alcuni di loro collaborando per dei brani, come la canzone dedicata a Lampedusa

e “Now is the time”,

prodotte con la collaborazione dell’artista giamaicano Luciano o, sempre con il giamaicano Antony Johnson, per “Jah Jah is calling”, dal forte trasporto religioso.

Invece appartiene alla scena fiorentina Jaka, anche se siciliano di nascita; infatti utilizza il suo dialetto di origine per veicolare Pace e Amore, oltre che la battaglia per la legalizzazione piena della cannabis, tratto comune alla quasi totalità dei gruppi reggae italiani.

Agli inizi degli anni novanta compare una formazione che lo stesso Bunna definisce “inusuale”. I Bluebeaters, rappresentati dal vocalist carismatico Giuliano Palma, si propongono sulla scena con elementi provenienti da vari gruppi, quali i Casino Royale, gli stessi Africa Unite di Bunna (in questa formazione bassista) e Fratelli di Soledad. Il merito di questa band è di aver conservato un’impronta dello Ska originale, usato come chiave di interpretazione di numerosi brani classici del repertorio internazionale ed italiano, come questa “Messico e nuvole” di Jannacci, divenuta una sorta di bandiera musicale del gruppo.

Dal duemila ad oggi

Negli anni duemila sono molti gli artisti italiani che si affermano sulla scena musicale reggae. Sempre dalla Puglia, vera El Dorado per la produzione di questo genere musicale, vediamo Mama Marjas, un’interprete che si fa notare per bravura e ottime capacità di interpretazione.

Bunna sostiene che “la sua voce e il suo modo di porsi sul palco, fanno di lei una delle cantanti, della scena reggae nostrana, più interessanti”. Si configura infatti come un’interprete in grado di esplorare anche altri generi della musica caraibica, come la Soca, alternando liriche in inglese ed in dialetto tarantino.

In chiusura mi sento di annoverare tra le nuove fila coloro che stanno ottenendo più consensi anche a livello internazionale, ossia i Mellow Mood, gruppo rappresentato dai fratelli gemelli Jacopo e Lorenzo Garzia, che con il loro talento hanno trovato la giusta direzione per raccogliere consensi sia per le capacità di scrittura che per le loro interpretazioni.

Per concludere

Sono molti gli artisti che ho lasciato fuori da questa panoramica del reggae italiano, non perché non li gradisca musicalmente, né per ragioni ideologiche, vista la grande mescolanza di generi che i percorsi di molti di loro hanno sperimentato. Dai siciliani Tinturia, ai calabresi Spasulati Band, dai salentini Boo Boo Vibration, alle storiche band campane dei Bisca e degli Alma Megretta. E come dimenticare i sassofonisti (sempre campani) Daniele Sepe ed Enzo Avitabile, che hanno contaminato spesso la loro musica con sonorità reggae. Volendo andare di finezza dovrei citare, per pregio di musica e testi, anche un cantautore prevalentemente rock come Ivano Fossati, che ha usato il reggae per il suo album “La pianta del te”. Ma evidentemente il mio intento qui era quello di ripercorrere tutti quei musicisti che sono rimasti fedeli e continui nella produzione artistica, dedicandosi prevalentemente al roots e allo ska, al massimo ala dance all, per ripercorrere una strada di elevata produzione artistica.

Be’, per citare i miei conterranei Sud Sound System, “Sciamu a ballare” e one love a tutti!

Nota bene: avendo lo scopo di divulgare alcune informazioni, mi sono preso la licenza di alcuni errori volontari, anche se in buona fede, che ho precisato nelle seguenti Annotazioni

Annotazioni al post “Il reggae in Italia”

E anche per l’articolo sul Reggae in Italia occorrono delle precisazioni, forse più doverose ancora di quelle presenti nelle Annotazioni al post sul reggae giamaicano. Ma andiamo per ordine.

L’intero post è stato ispirato da un articolo a firma di Bunna, cantante degli Africa Unite e bassista nel gruppo guidato da Giuliano Palma, menzionati entrambi nel post. Dell’articolo originario di Bunna, risalente al 2015, ho conservato la struttura per decenni, condiviso le sue segnalazioni e citato lo stesso autore nel mio articolo, quando si incontrano i virgolettati a lui riferiti. Per la lettura del suo contributo sulla storia del reggae in Italia, sicuramente più completo ed esaustivo della mia ricostruzione, puoi cliccare qui.

Quando poi cito, tra gli esempi della scena romana, il gruppo dei Radici Nel Cemento, ho indicato una canzone risalente all’album “Occhio” del 2004. Negli anni Novanta, decennio della loro comparsa sulla scena musicale, possiamo citare questa “Tuoni e lampi” del 1996,

contenuto nel primo album dal titolo “Radici nel cemento”. Ma noti al pubblico reggae, segnali di una loro affermazione artistica, sono due canzoni tratte dall’album “Popoli in vendita” del 1998. Segnalo i in particolare brani “La vita è ‘na guera”

e la sempre verde “Me ne vojo anna’”.

Per quanto riguarda invece i salentini Sud Sound System, qui ho fatto un vero e proprio errore, anche se in buonafede. Se ho citato un brano dei Radici Nel cemento risalente al 2004, pur parlando dei gruppi della scena negli anni Novanta, mi è venuto parlando della loro capacità di usare temi riferiti alla realtà di Roma e alle sue problematiche, con un uso molto ben riuscito del romano. Per i Sud Sound System invece ho citato due brani di un album di metà anni dieci del Duemila, e un singolo, “Lampedusa”, addirittura del 2010; qui l’errore è venuto perché tali citazioni musicali sono in linea con il miglioramento della loro produzione artistica, che registra un balzo in avanti una volta concretizzatesi le collaborazioni dirette con i giamaicani. L’album in questione, “acqua pe sta terra”, è infatti il loro quinto lavoro risalente al 2005. Il loro primo album in studio è difatti del 1996, “Comu na petra”, dal quale cito, a titolo d’esempio, questo brano che li ha resi celebri in tutta Italia, dall’inequivocabile titolo “Erba Libera”.

I sud Sound System inoltre nella loro storia risultano, e lo sono ancora oggi, molto attivi anche nel veicolare la cultura reggae nel nostro paese e sin dagli esordi hanno partecipato e promosso le cosiddette Showcase. Le “Showcase” sono assimilabili, considerando il circuito musicale che ne deriva, alle Posse dei centri sociali citate nell’altro articolo a proposito dei 99 Posse (di cui parleremo tra poco) e consistono sostanzialmente in una raccolta di artisti che usano delle basi (Riddim, NDA), per creare brani in delle sessioni di improvvisazione e registrazione collettive. Nella showcase del 1994, la formazione in pianta più o meno definitiva dei Sud Sound System, si fa notare per questo brano, sicuramente quello più celebre della band salentina, dal titolo “Me basta lu sule”.

Dicevamo anche dei napoletani 99 Posse. Qui mi premeva sottolineare un aspetto, quello delle carriere soliste dei due personaggi di spicco del gruppo, Meg e ‘O Zulù. Meritano una citazione particolare perché si sono sensibilmente discostati dalle origini musicali, sperimentando nuove sonorità nei loro percorsi solisti, ma non trascurando quella che è stata la loro esperienza come gruppo reggae della scena anni Novanta. Per ‘O Zulu valga come citazione il progetto Al Mukawama,

mentre per meg è interessante l’album omonimo del 2004, dalla quale segnalo la cover di un brano brasiliano riadattato per Ornella Vanoni nel 1975, cantato in questo lavoro con il gruppo Elio e le storie tese e dal titolo “senza paura”.

Per concludere volevo segnalare, omissione volontaria nell’altro post, una perla del reggae italiano contemporaneo, ovvero Raphael. Stile musicale, capacità di interpretazione e di scrittura, nonché voce straordinari, degni del miglior reggaeman giamaicano. Come esempio, per tutti, questo brano.

Con l’auspicio di aver corretto quelle informazioni inesatte, arricchendo ulteriormente gli esempi di questo meraviglioso genere nella sua accezione italiana, torno a salutarvi con un grande One Lov a!

“”Lampedusa”

“Lampedusa”, brano del gruppo reggae salentino Sud Sound Sistem del 2010, la colonna sonora del viaggio nell’isola. Ritengo che sia la colonna sonora ideale per accompagnare la lettura del precedente articolo sulla Porta d’Europa di oggi.