#GiornataMondialeAutismo 💙 alcuni video tra comunicazione istituzionale e messaggi educativi

Alcuni video molto belli e interessanti di sensibilizzazione sulla consapevolezza sull’autismo rilanciati dai miei social e dalla pagina facebook di Radio32.

Partiamo con il primo, comunicazione sociale della RAI.

Questo, con dei fumetti, è realizzato da una scuola media campana e si rivolge ai più piccoli…

L’ultimo è stato realizzato da un istituto comprensorio di San Severo, in Puglia, ed è molto esaustivo, oltre che accessibile a tutti. Complimenti…

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Rosso come il cielo: com’erano gli istituti per ciechi.

Una scena del film

“I grandi musicisti quando suonano chiudono gli occhi per sentire la musica più intensamente”.

Realizzato su un soggetto dello stesso regista, Cristiano Bortone – che ne è anche il produttore -, coautore inoltre della sceneggiatura assieme a Monica Zapelli e Paolo Sassanelli, tra le particolrità registra le musiche del compianto Maestro Ezio Bosso. Questa pellicola è stata presentata come Evento speciale UNICEF nella sezione per ragazzi “Alice nella città” della Festa del Cinema di Roma 2006, uscito poi nelle sale italiane il 9 marzo 2007; nel cast c’è un gruppo di ragazzini di dieci anni di cui alcuni realmente ciechi.

Il film

Rosso come il cielo, Italia, 2005, regia di Cristiano Bortone, Durata 95 min., drammatico

Cast

Luca Capriotti (Mirco), Paolo Sassanelli (don Giulio), Marco Cocci (Ettore), Francesca Maturanza (Francesca), Simone Colombari (padre), Simone Gullì (Felice), Rosanna Gentili (madre di Mirco), Norman Mozzato (direttore della scuola),

Trama

Mirco, un bambino che nel 1970 ha dieci anni, in seguito ad un incidente col fucile del padre perde la vista. I genitori sono costretti a fargli frequentare un istituto per ciechi a Genova, dove inizia un particolare percorso di consapevolezza di sé e del mondo. Lì, non riuscendo ad usare il braille, trova stimolo in un vecchio registratore e riesce a inventare delle favole fatte solo di rumori e narrazione. Nel frattempo, il piccolo protagonista, conosce Francesca, la figlia della portinaia della casa accanto all’istituto, cominciando così un’amicizia nonostante non potessero incontrarsi. Mirco coinvolgerà sempre di più tutti gli altri bambini ciechi nella sua passione delle favole sonore, facendo capire a loro quanto valgono e quanto siano simili a tutti gli altri ragazzini. Alla fine il maestro organizza una recita creata dagli allievi e tutti i genitori ne rimangono colpiti. Il film è tratto da una storia vera: infatti, prima dello scorrere dei titoli di coda, si legge: “Mirco è uscito dal collegio a 16 anni. Nonostante non abbia più recuperato la vista, oggi è uno dei più riconosciuti montatori del suono del cinema italiano”, alludendo alla possibilità di riuscita anche quando tutto è apparentemente perso, come insegna la storia di Mirco Mencacci.

Recensione

La visione di questo film, magistralmente diretto da Bortone e con una capacità di interpretazione dei ragazzi del cast da pelle d’oca, per chi come me ha frequentato (anche se in epoca differente) gli istituti speciali per ciechi comporta un grande trasporto emotivo. Anche un ex interno tra i più induriti nel cuore e nello spirito, non può non rivedersi nelle vicende e nelle dinamiche raccontate nella pellicola. Non nascondo di aver pianto, cosa che mi capita raramente davanti ad un film. La prima volta che l’ho visto ero senz’altro in una situazione di estrema sensibilità per vicende personali, ma il riemergere dopo anni di tante sensazioni, frustrazioni e successi, dinamiche e racconti vissuti in prima persona nella frequenza degli istituti mi ha riportato indietro nel tempo, ad un’infanzia particolare, dove assieme all’Amore di una famiglia c’è stata la necessità di affrontare una separazione da essa, per la questione legata all’educazione e alla formazione che, nei luoghi di origine, allora non era possibile. Solo molto dopo è arrivata l’integrazione scolastica, ma proprio a partire da vicende come quelle di Mirco. Infatti siamo agli inizi degli anni Settanta, dove istanze sociali e rivendicazioni sindacali si toccano e la spinta del cambiamento di questa insolita commistione (all’epoca molto più forte, fatemelo dire) porta ad una serie di riflessioni generali che dall’anno successivo inducono le istituzioni a rivedere quel modello indubbiamente ghettizzante. Infatti in un decennio, partendo da alcuni Decreti del Presidente della Repubblica del 1971, si giunge alla legge sull’integrazione scolastica del 1977 e all’istituzione della figura dell’insegnante di sostegno, che porterà nel periodo 1980-2000 ad affermare definitivamente i processi di inclusione socio-scolastica e alla definitiva chiusura degli istituti speciali come luogo deputato alla formazione dei ciechi e degli ipovedenti. Bene, tutto quanto si vede nel film è autentico, anche la domanda, scioccante in apparenza, che apre l’esperienza di Mirco in istituto: “Ma tu, quanto ci vedi?”, domanda che in apertura di anno scolastico oppure in presenza di un uovo arrivo ho fatto e mi sono sentito rivolgere molte volte.

Consiglio a chiunque, soprattutto ai ragazzi e alle ragazze, la visione di questo film, sia per assimilare l’importanza della formazione e dell’istruzione, sia per capire fino in fondo la necessità di abbattere lo stigma che accompagna ognuno di noi in prossimità di esperienze aliene dalla presunta “normalità”, come è appunto l’handicap visivo.

Spunti didattici per combattere il cyberbullismo e il sessismo in rete

Giunti quasi all’inizio di un nuovo anno scolastico, alcune riflessioni e strumenti operativi per tentare di ricondurre le nuove generazioni ad un livello di consapevolezza, attraverso la didattica, rispetto all’uso consono degli strumenti web. Pur non essendo un operatore della formazione, trovo utile e molto interessante è il percorso proposto da Sara Marsico nell’articolo che segue e mi auguro che molti insegnanti attingano al manifesto di ParoleOstili per raggiungere un livello di comunicazione tale con le ragazze e i ragazzi al fine di instaurare un dialogo finalizzato al recupero del contatto con la realtà, che li ponga nella posizione di essere, prima ancora che buoni ed accorti utilizzatori delle parole e degli strumenti di internet, delle buone e dei buoni cittadini.

Continua il nostro Viaggio all’interno del Manifesto della comunicazione non ostile ed inclusiva, presentato al Quarto Convegno Nazionale di Parole_ …

Spunti didattici per combattere il cyberbullismo e il sessismo in rete

La Ghisolfa di Giuseppina Pizzigoni: da Rocco e i suoi fratelli all’outdoor education

Scopo il vero, tempio la natura, metodo l’esperienza.

Confesso, pur avendo frequentato l’Istituto Magistrale negli anni Novanta e approfondito in varie fasi i temi della scuola e della formazione, non mi sono mai imbattuto nella figura di Giuseppina Pizzigoni che, invece, si dimostra lungimirante nelle sue idee a distanza di più di 110 anni dalla loro formulazione. Pienezza alla biografia di questa donna ed educatrice ci viene fornita dall’articolo che segue a firma di Modesta Abbandonato, che restituisce tra l’altro una fotografia della Milano di un tempo, sia nella dimensione urbanistica come in quella sociale, richiamando alla mente immagini già plastiche forniteci dalla filmografia neorealista degli anni Sessanta,. Buona lettura.

Il toponimo Ghisolfa evoca nei cinefili e nelle cinefile lucani/e, e non solo, il capolavoro viscontiano del 1960 ispirato dai racconti contenuti in …

La Ghisolfa di Giuseppina Pizzigoni: da Rocco e i suoi fratelli all’outdoor education

Le parole sono importanti: l’inclusione entra nel Manifesto della comunicazione non ostile

Nelle giornate dell’8 e 9 maggio scorso si è svolto il quarto Convegno Nazionale di Parole_o_Stili, la community nata quattro anni fa che si occupa …

Le parole sono importanti: l’inclusione entra nel Manifesto della comunicazione non ostile

Il figlio della luna.

@raiplay

Ieri sera suggerivo la visione del film TV di genere biografico su RAI 1, intitolato “Il Figlio della luna”, sceneggiato da Paola Pascolini e Mauro Caporiccio (con la collaborazione di Lucia Frisone, madre di Fulvio), che racconta la storia vera di Fulvio Frisone, uno scienziato italiano di origini siciliane, portatore di un grave handicap. Il film, trasmesso la prima volta il 22 febbraio 2007, mi era sfuggito nelle precedenti repliche televisive e, cogliendo l’occasione di una serie di film dedicata alle donne coraggio interpretate da Lunetta Savino trasmessa in queste settimane su RAI1, ho avuto la possibilità di recuperare. Il film, per le tematiche esposte, è molto intenso e mi ha portato a riflessioni profonde. Ora, come consuetudine, una scheda e poi alcuni pensieri nella recensione, che non hanno il compito di esaurire le argomentazioni, ma di gettare un seme affinché possa riprendere certi temi con il tempo tra le pagine di questo blog.

Il film

Il figlio della luna, Italia, 2007, regia di Gianfranco Albano, prodotto da Rai Fiction e 11 marzo film, durata 100 minuti.

Cast e personaggi principali

Lunetta Savino (Lucia Frisone), Antonio Milo (Carmelo Frisone), Alessandro Morace (Fulvio Frisone dagli 11 ai 14 anni), Paolo Briguglia (Fulvio Frisone dai 16 ai 26 anni), Sabrina Sirchia (Pinella Frisone), Evelyn Famà (Palmira Frisone), , Victoria Larchenko(Elena), Giuseppe Saggio (Michele Ferri), Paride Benassai (professor Giammona), Claudio Piano (Caruso).

Trama e curiosità

prodotto da Rai Fiction, con la direzione di Gianfranco Albano, questo film televisivo è basato sulla reale storia di Fulvio Frisone, nato con una tetraplegia spastica distonica grave al punto da impedirgli persino di parlare. Grazie agli sforzi della mamma Lucia, Fulvio, apparentemente condannato ad una vita senza sbocchi, riesce a studiare con grande profitto fino a diventare un affermato scienziato nel campo della Fisica. Il film venne trasmesso in prima visione su Rai 1 giovedì 22 febbraio 2007, e secondo l’Auditel fu il programma più visto della prima serata con uno share del 27,61% e più di sette milioni di telespettatori, successo replicato giovedì 5 giugno 2008, con uno share del 19,16% e più di quattro milioni di telespettatori. La replica di venerdì 29 maggio 2020 ha visto più di tre milioni di telespettatori con uno share superiore al 13%. Come trailer potete vedere questa presentazione del film rintracciata su YouTube, risalente all’anno dell’uscita del film

Recensione

Gianfranco Albano e Lunetta Savino, rispettivamente regista e attrice protagonista, sono stati al centro della recensione della scorsa settimana del film su Felicia Impastato, madre di Peppino. Quindi si può dire che questa serie sulle Donne coraggio trasmessa da RAI 1 mette in evidenza la bravura della regia nel genere dei Film TV e la straordinaria capacità dell’attrice nell’immedesimazione del personaggio che, essendo contemporaneo, ha una sua particolare valenza. Bene, tecnicamente del film non voglio dire altro; è un bel prodotto, fatto veramente bene, con un ritmo avvincente e, seppur non conoscendo a fondo la differenza tra realtà e trasposizione, posso dire che segue molto bene gli eventi. Ma su tre aspetti vorrei concentrarmi, per affermare che ho apprezzato il film, conosciuto e ammirato la storia e compreso il messaggio. Per chi mi legge è necessario specificare subito un particolare: parlo da disabile (della vista certo, non con un handicap estremamente grave come quello del protagonista), cresciuto nel sud Italia, quindi sono coinvolto più o meno direttamente da alcune dinamiche risaltate da questo film. Ma veniamo a noi. Il primo aspetto che vorrei evidenziare è quello del coraggio della signora Lucia. Abbattere il pregiudizio, soprattutto il proprio provocato dal difficile percorso dell’accettazione di un figlio diverso, non è facile mai, ma in una regione del nostro meridione e in un’epoca dove i diritti civili e sociali ancora non si erano affermati non deve essere stato facile. Perciò, quando vedete evidenziati nel film alcuni comportamenti da parte di altre madri o del tessuto sociale circostante, sentite pronunciare certe frasi di commiserazione verso questa madre, non crediate che sia fantasia pura, anzi, ritengo che ci sia moltissima verità perché tutte le madri che hanno vissuto quest’esperienza esistenziale, reagendo ad essa, hanno dovuto affrontare allo stesso modo l’ignavia e la facilità di pensiero che condanna, piuttosto che apprezzare (“Questo figlio lo espone come fosse un oggetto”, si sente ad un certo punto). Il secondo aspetto è quello dell’impreparazione delle istituzioni, ancora oggi mi verrebbe da dire. All’epoca c’erano pochi strumenti normativi, quindi per Fulvio Frisone studiare è stata veramente una delle sfide principali, perché le sue difficoltà (assieme a quelle dell’intero nucleo familiare) partivano proprio dalla prima agenzia che dovrebbe aiutare a diventare degni cittadini, ovvero la scuola; tenete conto che negli anni Settanta l’articolo 3 della Costituzione già esisteva, ma non vi stupisca la poca buona volontà dei vari presidi o segretari, sintomo che – ripeto ancora oggi esistente come “atmosfera di accompagnamento” – la società italiana non abbia del tutto assimilato i concetti di inclusione, integrazione e pari opportunità. Il terzo aspetto è quello riferito allo stesso protagonista, Fulvio Frisone, che cerca di affermare se stesso anche attraverso il rifiuto dell’Amore materno, in alcuni tratti oppressivo. Il conflitto tra il figlio disabile e la propria madre è una questione sempre presente in questo genere di storie, proprio perché spesso è nella famiglia che si crea il primo ostacolo per una piena consapevolezza del proprio io, del sé come portatore di dignità prima ancora che dell’handicap. In questo vissuto la ricomposizione tra madre e figlio disabile è la strada naturale per l’evoluzione di vicende umane contemporanee, dove il protagonista ancora vivente è del tutto attivo sul proscenio dell’esistenza, assorbendo e rimandando istanze intime e sociali di varia natura. Ma non è enfatizzata oltremodo se si considera il significato che si porta dentro il rapporto estremo che si crea tra una madre e il proprio figlio con handicap, indubbiamente più forte di analoghi rapporti filiali in condizione di “normalit”à. Questo legame è pericoloso, appunto, perché non sempre si riescono a sciogliere quei nodi che rendono poi il disabile di fatto consapevole e libero di autodeterminarsi; non sempre questo, ad essere sinceri, è possibile. Ma frequentemente per troppo amore si può anche nuocere, anche se involontariamente. Questo tratto è molto ben evidenziato, anche se invisibile agli occhi dei più, affascinati ovviamente dalla forza indiscutibile della madre, ma in genere di tutti i protagonisti. Nota di merito per l’intero cast, che ha saputo tenere testa ai difficili ruoli, dal padre alle sorelle, senza mai scadere – nella sceneggiatura come nell’interpretazione – in un patetico teatrino del pietismo. Merito agli attori che interpretano Fulvio Frisone, perché ci vuole molta bravura già ad immedesimarsi in un altro (ma è il loro mestiere), ma carpire certe peculiarità non è da tutti. Complimenti a Fulvio Frisone, che rappresenta un esempio di positiva reazione alle vicende della vita, non rappresentando la condizione scontata che gli altri vedono in te. Bensì facendosi scivolare addosso – con consapevolezza – la propria disabilità, dimostra di potersi affermare con dignità, se supportato e posto nelle condizioni. Non mancherò di riprendere la sua figura in un futuro contributo, anche perché a leggere la cronaca si è fatto sentire abbastanza e per tante tematiche, tra le quali quella acennata nel film e di primaria importanza, ovvero il diritto all’assistenza sessuale per i disabili gravi.

Potete rivedere questo film in streaming dal sito oppure dall’App di RaiPlay.