Consigli per la serata: per la #giornatamondialedelRifugiato il teatro alla radio

Per la giornata mondiale del rifugiato 2020 consiglio di seguire la diretta della trasmissione Il teatro alla radio su Radio 3, Dove tra i vari ospiti ci sarà il modo anche per la lettura di un testo teatrale diDel quale parlerò presto a proposito di un suo romanzo. Davide Enia, Del quale parlerò presto a proposito di un suo romanzo.

Trasmissione in onda tra le ore 20:00 e le ore 21:15. Dal link sopra indicato ovviamente raggiungibile il podcast tramite il sito di radio Rai

Quale ipotesi seguire in politica? Tra emergenzialità e normalizzazione.

Tra virgolette, per Memoria futura vi propongo oggi un post scritto nel 2013 a proposito d un’esperienza molto interessante. Si trattava di un “esperimento” se volete, ma era più che altro un ben riuscito modo di aggregare le persone tramite i socialnetwork, Twitter nello specifico, quando ancora i social erano un posto non dico sano, ma per lo meno abitabile. Erano gli Indivanados, una sorta di antesignani dei FacciamoRete di oggi, delle Sardine ante litteram, che interpretavano l’impegno in maniera “accomodata”… Una presentazione del movimento (del tutto spontaneo) in una lettera del suo ideatore che potete leggere qui se il vecchio blog, fonte di ispirazione per questa categoria, si apre, visto che spesso va in blocco.

Sul vecchio blog inoltre ospitai il suo fondatore, noto alle cronache social come Gabriel Ektorp (da notare come il nomignolo fosse riconducibile ad un modello di divano!), che spiegava il senso di questo “gioco” che, tanto per giocare, portò ad un congresso nazionale a Roma nell’ottobre di quell’anno. Subito dopo l’appuntamento capitolino, che ricordo con gran piacere, scrissi queste riflessioni, ritenendole ancora del tutto valide. Buona lettura.

“Questo post ha l’obiettivo di stimolare un approccio “Differente” all’osservazione della “diversità” nel suo insieme, come concetto politico-sociale, ma anche come aspetto del singolo vissuto. Tale tentativo di contribuire allo sviluppo di più corrette definizioni parte dal confronto con gli amici Indivanados, aspirando ad essere un ragionamento tra le maglie della politologia, ma con un senso meno tecnico e più di “ispirazione” (leggilo: di prospettiva). Infatti ho parlato di “normalizzazione delle diversità” all’interno del Congresso degli Indivanados del 19 ottobre scorso (2013, NDA), intervento a braccio, che merita un approfondimento, alla luce della mia nomina a Ministro delle Politiche Sociali del Governo della repubblica del Divano, contraltare al governo della Repubblica delle Banane, ovvero l’attuale governo Letta. Ma di quest’ultimo aspetto verrà un post dedicato. Tale contributo serva da chiarimento a chi era alla Casa internazionale delle Donne il 19 ottobre e, per tutti, come premessa valida per ciò che seguirà.

Occorre partire dalle definizioni così come rintracciate sul web e assolutamente condivisibili nella loro forma. In senso lato con normalizzazione si intende un qualsiasi processo che modifica un oggetto per renderlo più normale, il che significa tipicamente renderlo più conforme a qualche criterio di regolarità, oppure di rendere alcune sue caratteristiche più vicine a quelle che si riscontrano mediamente, oppure di farlo ritornare aduna situazione più usuale dopo un evento che l’ha portato ad uno stato anormale. Questo termine ha significati specifici in molti campi; per leggere la fonte di questo pensiero vai qui.

Per emergenza (emergenzialità) si intende invece la circostanza imprevista,caso grave, urgente, situazione di necessità. In caso di emergenza, di necessità urgenti. Provvedimenti di emergenza, straordinari. Stato di emergenza, situazione pubblica di particolare difficoltà e pericolosità, che richiede provvedimenti speciali e urgenti: dichiarare lo stato di emergenza (per la definizione vedi qui).

Il ragionamento che segue si baserà sulla dicotomia emergenzialità-normalizzazione, che di solito si riferisce alla “diversità” in senso ampio, per ricondurla qui più specificatamente alle disabilità. Già su twitter mi sono concentrato su questi tre aspetti fondamentali, specchio evidente del concetto di “diversità” nel nostro tessuto sociale, dove la diversità è nell’intendere il ruolo di quell’elemento nella “normalità”di nemesi del Paese. I tre ambiti, aspetti, categorie se volete, sono:Immigrazione, dialogo intergenerazionale, disabilità. Se ci fate caso sono tre aspetti che negli ultimi mesi, settimane, sottintendono a numerosi passaggi della dialettica politica, del dibattito sociale. Dell’immigrazione già trattai parzialmente nella tesi di laurea del 2008, proprio in relazione allo stato di continua “emergenzialità” con la quale si affrontava, e mi pare di poter dire,si affronta la questione. Ma evidentemente, le istanze di “rottamazione“ poste da alcuni attori politici, alludendo al ricambio generazionale, piuttosto chele vicende di alcune categorie di disabili hanno posto fortemente tale ragionamento in assetto trasversale per questi tre ambiti sociali. I lacci e i collegamenti sono molteplici, si pensi solo al ricambio generazionale della popolazione sostenuto dagli immigrati, piuttosto che ai servizi di welfare e assistenza per lo più affidati ad essi, eccetera. Ma è su aspetti generali che vorrei soffermarmi,per poi glissare nuovamente sulle disabilità.

In Italia siamo stati abituati al fatto che ogni fenomeno o effetto sociale debba essere sempre affrontato come se fosse una scure che piova dall’alto, dove politica e corpo sociale, in massima parte, non sono mai, sottolineerei mai, pronti ad interiorizzare quel cambiamento piuttosto che quel fenomeno specifico. Si parla di rinnovamentogenerazionale da trent’anni, di immigrazione da quasi quaranta, come diintegrazione ed inclusione dei disabili. Le decisioni politiche non son omancate; spesso sono state corrette e preludevano alla giusta direzione daseguire, ma l’applicazione pratica è sempre stata assente, fallimentare sepresente, in ogni caso mai all’altezza. Se penso all’emergenzialità mi viene sempre da riferirmi allo stato dell’assetto idrogeologico del nostro Paese, dove l’evidenza è sotto gli occhi di tutti, nessuno fa nulla, e poi alle prime 3 ore di pioggia i tg o i giornali titolano “emergenza maltempo”… Insomma, pare che nel nostro modo di affrontare ogni tematica non ci si trovi aproprio agio se non pensando che sia eccezionale, d’emergenza, che non ciriguardi fino in fondo, che sia una condizione anomala rispetto al nostro modo di intendere il mondo e le cose. Una soluzione c’è? Esiste la possibilità di sovvertire questo aspetto che, da tempo sostengo, essere di “inferiorità antropologica”? Credo di si. Spostando sull’asse degli estremi emergenzialità-normalizzazione l’asticella verso la seconda, preludendo a un lavoro culturale, da iniziare individualmente, dentro di noi, che poi possa condurre alla effettiva esplicazione nei gesti e comportamenti sociali,politica compresa. Intendo dire che occorre attraverso la “normalizzazione”, o se preferite interiorizzazione, di taluni fenomeni sociali ed umani ridare dignità al termine “emergenza”, proprio perché essa allude ad uno stato eccezionale da affrontare adeguatamente. L’esempio? Emergency di Gino Strada. Non aggiungo altro. Sostengo questo perché occorre comprendere e interiorizzare fino infondo che un disabile è portatore di dignità e la componente numerica di questa categoria nel corpo sociale italiano richiede maggiore attenzione, perché i disabili meritano una maggiore considerazione prima, una piena integrazione e un’effettiva inclusione sociale; questo per lo stesso motivo per il quale il passaggio tra generazioni sia un meccanismo fluido in ogni settore, dove venga di fatto dato spazio alla freschezza e all’entusiasmo di classi più giovani e meritevoli,e i più anziani con fiducia devono lasciare spazio, così come gli immigrati devono essere considerati parte piena della nostra comunità nazionale. Tre atteggiamenti che sarebbero ovvi, normali, in un tessuto sociale libero dalla morsa paranoica della continua emergenza sociale. Ma ora mi concentrerò sull’aspetto delle “diversità” a me più vicino, la disabilità, per districare meglio questo concetto.

Premetto, come dissi a Roma nel mio intervento a braccio, che è un ragionamento assimilabile anche ad altri aspetti delle “diversità” di cui siamo tutti portatori, estendibile ad altre vicende umane vissute come “emergenza”,ovvero condizione delle donne od omosessualità. Per competenze ed esperienza resto sulle disabilità. Quindi per “normalizzazione delle diversità” non intendo un appiattimento del vissuto soggettivo né tanto meno ad una omogeneizzazione od oscuramento di talune categorie sociali, bensì ad una completa assimilazione della “diversità” di cui ognuno è portatore, che merita eguale attenzione, uguale trattamento e considerazione, proprio perché il minimo comun denominatore è la “dignità”. Un disabile può e deve essere valorizzato anche come soggetto economico, un disabile può e deve avere pari considerazione e inclusione sociale, ogni disabile deve evitare processi subdoli, a volte involontari, di marginalizzazione. Questo perché al di là delle condizioni personali ognuno ha pari dignità sociale. Tutto ciò è chiaramente ispirato dal più disatteso degli articoli del nostro dettato costituzionale, l’articolo 3, che vorrei ricordare: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Mi sembra chiaro. La Repubblica Italiana ha profondamente fallito in questa direzione, ora tocca a noi, singoli e corpo sociale.”.

Domande ex post: nel 2020, al di là delle citazioni della politica o riferimenti vaghi a fatti di cronaca dell’epoca, mi chiedo se per la piena inclusione dei disabili c’è stata una sorta di normalizzazione, se italiani di origine straniera sono stati soddisfatti nelle loro aspettative di essere pieni cittadini della Repubblica, se la componente anziana ha ricevuto adeguate risposte nelle richieste di un welfare moderno? Per rispondere, ovviamente, scremate ogni pensiero dall’emergenza, questa si, del Coronavirus.

NB: post scritto il 22/10/2013. Per la sua redazione mi accompagnai alla lettura di alcuni documenti rintracciati in rete. Alcune cose, a distanza di anni, sono state rimosse o disperse, ma alla data della pubblicazione di quest’articolo ho recuperato alcune cose. Per i processi di normalizzazione in politica, consiglio la lettura di qquesto documento del 2001 della Commissione europea. Per un’idea sui processi della normalizzazione in relazione alla disabilità consiglio la lettura di questo documento. Per la presenzadelle diversità, nell’accezione più ampia, in ambito della comunicazione, interessante è questo contributo che descrive la presenza di differenti categorie in ambito pubblicitario.

“Pane e coraggio”

“Si Che l’Italia sembrava un sogno, steso per lungo ad asciugare. Sembrava una donna sin troppo bella che stesse lì per farsi amare. Sembrava a tutti sin troppo bello che stesse lì a farsi toccare”

Questa canzone di Ivano fossati, che Sonia mi fece aggiungere come premessa alla mia tesi di laurea, ovviamente sull’immigrazione, rappresenta pienamente la storia raccontata nell’articolo precedente.

Buoni cittadini e cattivi cittadini

Di seguito, per la striscia dedicata al vecchio blog sotto la categoria Memoria Futura, voglio riportarvi fedelmente un post scritto a proposito di un’attività riabilitativa svolta con Sonia, dove noi vestivamo gli abiti dei “terapisti”. Questa vicenda, che rispolvero con molta malinconia, racconta di tanti aspetti che costituiscono il vissuto di ognuno. Oggi poi, pensando ai decreti in”sicurezza” della bestia padana – e del non coraggio di questi immondi governanti di oggi nell’abrogarli -, mi fa molta rabbia, perché triste è la considerazione di quell’universo di realtà dedito all’integrazione dei migranti che è stato completamente demolito dall’inumanità che si fa potere. Le considerazioni alla fine del virgolettato, per la mia personale esperienza, valgono tutt’oggi a proposito di tante altre persone che hanno trovato in Italia il loro approdo, fuggendo da guerra, miseria e disumanità, risultando poi in questo Paese straniero nel ruolo di cittadini migliori degli autoctoni.

“Quando mi sono trovato, con Sonia, di fronte alla storia d Nhataniel Okafor, ho capito sin da subito che si trattava di una storia forte, una Storia di vita che aveva dei tratti comuni con tante altre storie di migrazione, ma anche qualcosa di straordinario. In novembre (novembre 2015, NDA) siamo stati appunto chiamati dal GUS (Gruppo di Umana Solidarietà, NDA) per intervenire in relazione al signore in questione, migrante di origine nigeriana, che nella sua peregrinazione emigratoria, si è imbattuta nel glaucoma, malattia oftalmica che non lascia scampo. Con una mentalità di ampio respiro, al GUS di Castri di Lecce, si sono chiesti come potesse quest’uomo maturo reagire alle vicende della vita, in quelle condizioni esistenziali. Nel nostro intervento pertanto abbiamo subito tenuto conto delle sue esigenze, ovvero quelle di un padre di famiglia che a tante migliaia di chilometri da casa, non ha molte alternative, se non andare avanti, comunque.

La sua forza d’animo ci ha profondamente colpiti, oltre alla sua educazione e al suo rispetto quasi disarmanti. Da qui poi è iniziato un percorso per step che oggi (primavera 2016, NDA), nella sua fase conclusiva, conduce Nathaniel ad una condizione di uomo “diverso”, consapevole certo del grave problema di vista al quale si sta avviando inesorabilmente, ma in grado con la sua forza d’animo ed equilibrio interiore di reagire. Di provarci appunto. Posso garantire che al di là delle azioni pratiche che abbiamo condotto, ci siamo resi conto che di fronte avevamo un “buon cittadino”, che merita tutto il sostegno e le azioni di welfare previste dal nostro ordinamento, perché non si è seduto nell’attesa di avere, ma si è messo in gioco e sono certo che saprà restituire, da “buon cittadino”, così come sta ricevendo. Ed è meritevole, il sig. Okafor, di ricevere presto lo status di cittadino italiano, perché lo merita. Più di tanti italiani “cattivi cittadini” che sparano a zero sui migranti. Lo merita più di tanti italiani “Cattivi cittadini” che ignorano sistematicamente i diritti delle persone con disabilità, compiendo piccoli e grandi gesti che rendono impossibile una piena inclusione sociale. Nathaniel Okafor è un “buon cittadino” perché ha saputo raccogliere la sfida della vita, la sua, mettendosi in gioco e preparandosi a restituire da persona che ha scelto di vivere in Italia per reagire alle brutture della vita che sinora ha dovuto vedere. Quindi lui meglio di altri potrà rinnovare la mentalità di un’Italia stanca, non più in grado di vedere nell’accoglienza e nella dimensione umana strumenti di rinnovamento sociale ed opportunità di crescita e sviluppo. Lui lo merita, più di altri, perché è, e resterà, “buon cittadino” non d’Italia o di Nigeria, ma del mondo.”.

Ringrazio a distanza di anni l’amico giornalista Andrea Aufieri per aver raccontato questa storia e la nostra esperienza in un articolo che potete leggere di seguito…

https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/lecce/736963/Le-tre-vite-di-Nathaniel-.html

P. S.: negli anni ho saputo che Nathaniel Okafor è ritornato in Nigeria, purtroppo l’Italia non si è dimostrato quel Paese accogliente ed inclusivo che tutti allora auspicavamo.

NB: post scritto il 18/4/2016

“”Lampedusa”

“Lampedusa”, brano del gruppo reggae salentino Sud Sound Sistem del 2010, la colonna sonora del viaggio nell’isola. Ritengo che sia la colonna sonora ideale per accompagnare la lettura del precedente articolo sulla Porta d’Europa di oggi.