Cronaca di un vaccino: il richiamo

Io mentre ricevo la seconda dose del vaccino

Nel post dove descrivevo la somministrazione della prima dose del vaccino Pfizer e in quello dove annunciavo il contatto con un positivo avevo ribadito la volontà di informarvi sulle fasi della vaccinazione, non tanto per un istrionismo (che non nego), piuttosto per ribadire la più totale fiducia nella scienza e nel sistema sanitario del Lazio, che apparentemente risulta il più efficiente nella programmazione e gestione di qualcosa che assomigli ad un piano vaccinale.

Per la cronaca di uno spavento, invece, posso raccontare con serenità che la persona a noi amica è guarita il poco tempo con un decorso asintomatico, mentre il nostro tampone molecolare del I aprire ha restituito esito negativo. Fortuna, del tutto casuale…

L’esperienza umana e sanitaria presso il centro vaccinale di Santa Maria della Pietà di Roma è stata eccezionale anche oggi; si registra una certa rilassatezza anche tra le persone in attesa, il 20 marzo invece qualche italiota guastava l’aria con le solite polemiche su turni e pause, del tutto legittime, dei sanitari. A questi ultimi, per professionalità e tatto, ribadisco assolute stima e riconoscenza.

A qualche ora dalla seconda dose si registrano 0 effetti, se non una certa famuccia 😇 ma il vaccino era fissato per l’ora di pranzo… Vi terrò informati fino alla completa immunità. L’esperienza ad oggi è sintetizzata in questo mio tweet

Tra fornelli e forno Sonia mi racconta la sua passione e altre cose.

Una tazzina di caffè

Mi smonto da solo: è facile, pur di metter contenuti sul blog, “intervistare”, poi sul divano dico…, la propria moglie! Pubblicando questo papiello la domenica mattina, a distanza di qualche ora dal tutto. Ebbene, in premessa pertanto mi tocca riabilitarmi, specificando che questo nostro dialogo nasce nel quotidiano, quindi in momenti dove ognuno è preso dal suo fare e spesso in una coppia il tutto converge nella condivisione con l’altro di domande, intuizioni ed affermazioni che fanno partire, fitto fitto, un dialogo in ogni tenore, spesso pacato e razionale, di tanto in tanto istintivo e frenetico, di rado un battibecco intellettuale.

Premessa

Lo dicevo anche nel post sul pane dove accennavo a questa “chiacchierata”, che in verità non si svolge solo sul divano, ma tra cucina e salotto, sino a proseguire davanti i fornelli e dilungarsi sino al giorno dopo, durante la panificazione settimanale. Quello che mi interessa far emergere di lei non è il ruolo di mia moglie, ma quello di una blogger, ma non solo, una panificatrice nata, ma non solo… Ma anche e soprattutto una donna, che entrando nella fase adulta della sua esistenza, esprime la sua condizione doppia di Donna e disabile nel suo modo, vivendo con angosce, prospettive e ambizioni il nostro tempo. Avendo iniziato assieme quest’avventura su WP, mi sembrava il caso anche di confrontarsi sui singoli progetti del nostro stare in internet. Piccola nota romantica. Nella plailist di venerdì ho inserito il brano di Pino Daniele che apre il post. Dicevo che è uno di quelli molto belli, che apprezza anche Sonia, che però non mi rimanda nell’immediato la sua immagine alla mente. Ma di questo ne riparliamo alla fine. Più che altro è idealmente con questo brano che comincio con le domande.

Facciamo due chiacchiere

La Canzone di Pino sopra citata in verità mi è servita per preparare l’atmosfera in una pausa caffè, con sigaretta annessa, momento in cui le annunciavo questa mia iniziativa, ben Accomodati sul divano a sorseggiare il nostro espresso. Creata l’atmosfera, dunque, iniziammo a parlare gradualmente del più e del meno, quando il dialogo si trasformò in questa che è, di fatto, un’intervista. E mi chiedo:

Qual è il tuo handicap? Per cominciare spieghi qual rapporto hai con esso? Spiega ai lettori di OpposteVisioni di cosa si tratta.

Sono una persona quasi cieca, ancora con una messa a fuoco che mi permette di muovermi agevolmente in casa e sopravvivere fuori, ma con un campo visivo molto limitato; vedo un minimo e da un solo occhio. Ho preso consapevolezza sin dall’infanzia; usando un termine proprio dei bambini, posso dire che “ho scoperto” di questo problema sin da piccola. Da bambina ti fai delle domande, come ad esempio perché un altro bambino può correre o giocare o fare cose diverse con tempi differenti dai tuoi. In casa non ho mai avvertito, almeno da bambina, questa differenza, “scoperta” per tanto nelle relazioni verso l’esterno. La presa di coscienza del mio problema è arrivata però verso i dieci anni.

Quanto ti senti disabile in casa? Ai lettori potrebbe interessare se hai difficoltà nelle mansioni domestiche e di vita quotidiana?

In casa personalmente non mi sento disabile. Questo perché ho imparato a cucinare, ad esempio, da persona matura, adulta diciamo, quindi avendo la consapevolezza di dover adattare la mia attrezzatura o la stessa cucina, dove possibile, alle mie esigenze. rispetto ad altre persone non ho bisogno di predisposizioni particolari, se non di piccoli dettagli, come una bilancia con numeri più grandi, maggiore illuminazione negli ambienti e sul pianale di cottura, maggiori piani d’appoggio, aiutandomi anche con dispositivi vocali e con il braille.

In ambito sociale e nelle relazioni con gli altri come va?

Per la mia esperienza, posso dire che rapportarmi con il mondo circostante in relazione al mio handicap non risulta un problema. Se però consideriamo il tessuto sociale invece la disabilità emerge con forza. IL problema di fondo è la percezione chele persone spesso hanno di un disabile, o meglio, della persona con handicap. Ad un certo punto un pregiudizio o un limite nella comprensione delle reali esigenze dell’altro, rende manifesta la disabilità. Proprio per questa poca attenzione la disabilità si manifesta, ad esempio, nei supermercati, dove non sempre raggiungo quell’autonomia nel leggere le etichette e scegliere tra la gamma dei prodotti. Pur registrando che vi sono delle marche di riso, i medicinali o tisane con l’indicazione in braille, ma toccare in genere non va bene o l’impossibilità di maneggiare a lungo una confezione comporta delle difficoltà. Per la mia esperienza, quindi, nei supermercati emerge la mia disabilità, ovvero l’handicap che ho vince sulla mia autonomia, proprio per l’assenza di un servizio, perchè non vengono abbattute quelle barriere di accesso alle informazioni, per me un ostacolo più che quelle fisiche.

Pizza regina Margherita su tagliere

Veniamo al tuo blog: da dove nasce la passione per la cucina e cos’è per te questa passione, cosa rappresenta? Forse non te l’ho chiesto mai, pur conscio che si va al di là del mero nutrirsi.

L’amore per la cucina è nato con l’amore per una persona. Indovina chi? Fino ad una certa età non ho avuto l’esigenza di mettermi ai fornelli, per il tipo di vita che conducevo. Una volta ci ho provato, attorno ai 19 anni, cucinando un pessimo ragù di carne. Un’esperienza che mi disgustò e mi reputai immediatamente incapace di cucinare, che mi confermava il perché in famiglia non avessi l’autorizzazione ad avvicinarmi ai fornelli; Ricordo che quando mi mandarono a fare il caffè, la prima volta che ho avuto lo stimolo per provare a fare qualcosa in ambito domestico, mi è riuscito bene; la seconda volta ho trovato la moca sporca e, credendo che non occorreva altro caffè, ho semplicemente tolto l’imbuto con la posa e dopo aver messo l’acqua ho rimesso lo stesso imbuto. Ovviamente la macchinetta è scoppiata! Da quest’episodio, che risale agli otto o nove anni, non mi hanno mai più fatto fare il caffè o qualsiasi altra cosa riguardasse i fornelli. E poi… sei arrivato tu e la nostra vita. La passione è venuta cucinando, come anche la voglia di comunicare questa passione dalla prospettiva dell’handicap visivo. Devo aggiungere però che spesso in cucina si riflette il mio umore; lo stato d’animo o la sintonia con le persone che sono in casa. Con ciò si determina un differente approccio ad ogni esperienza. Un giorno puoi essere ispirata per stupire la persona che vive con te, altre volte vuoi cucinare la ricetta vista altrove per riproporla. A volte si sperimenta con fantasia, altre volte magari prevale la svogliatezza, quindi ti accontenti di fare una crudaiola, perché in quel momento cucini per nutrirti, senza tanta ispirazione. Nella comunicazione quello che durante il quotidiano può essere una cosa fatta di fretta, invece sul web può prendere la sua importanza, anche nel dettaglio. Se nel quotidiano una crudaiola risulta semplice, nel comunicarla sui social, ad esempio, può acquistare un suo significato per una foto o un impiattamento particolare, o per dare l’idea a chi magari in quel giorno è più svogliato o a corto di fantasia di me. Cerco però sempre di comunicare più con dei piatti elaborati, per cercare di abbattere un muro, come comunicare agli altri che una persona con handicap visivo può cucinare, di conseguenza impiattare e può anche mostrare la preparazione ad altri e, magari, può fartelo degustare. Nella precedente esperienza lavorativa con il B&B una persona venne in struttura perché attratta da foto viste su twitter di varie mie ricette.

Risotto

Trasferiamoci in cucina, visto che è ora di pranzo, per proseguire questa chiacchierata durante la preparazione di un Risotto.

Ti gratifica più un semplice complimento o la consapevolezza di aver creato un piatto bello e buono?

Sicuramente ho una maggiore gratificazione quando mi accorgo di aver veramente cucinato bene, perché non tutti hanno lo stesso gusto e sentire l’apprezzamento piace, ma non sempre arriva. Non credo però di aver ricevuto complimenti solo per la mia condizione.

Prima di addentrarci un po’ più in avanti con le tematiche di maggior interesse, racconta ai lettori del blog un tuo piatto veramente “bomba” e uno che non ti da mai soddisfazioni.

Una ricetta che mi esalta, che presto riproporrò sul blog, è il pollo con le patate al forno. Già presente in una versione d’archivio, Pollo con patate e peperoni. Non credo ci sia però un piatto che non mi da soddisfazioni; ad esempio, però, la pasta col pomodoro fresco non mi piace, perché a me non piace il pomodoro cotto a pezzi. Mi esce buona, ma non mi da soddisfazione.

Nel corso della quotidianità poi capitano tante cose. Le domande riprendono il giorno dopo, di venerdì, dedicato alla panificazione.

In un recente post ho parlato di pizza, pane ed impasti lievitati vari nella nostra cultura e nelle tradizioni familiari. Quale il tuo rapporto con questi alimenti?

Pani

Ci sarebbe da parlarne veramente a lungo, essendo il momento della panificazione ben presente nella mia famiglia d’origine e pertanto abituata ad osservare dalla mia infanzia. Sono cresciuta tra sacchi di farina in casa e il forno comune dove abitava nonna. Mi piace molto sperimentarmi con gli impasti di pizza e pane. Se esiste un’esperienza in casa che mi fa sentire massaia è proprio fare il pane, completa nella dimensione domestica, rapportandomi con l’immagine di mia mamma che impastava il pane per la famiglia e per lavoro e un po’ mi identifico con questa figura. Poi mi piace proprio vedere il risultato di questa creazione. Ad esempio, tanta la curiosità ogni volta, non lascio raffreddare il pane e lo taglio ancora ben caldo per vedere com’è venuto. Per la pizza invece mi piace sperimentare, anche se ho un rapporto particolare, mi esce diversa ogni volta. Tendenzialmente è sempre buona, ma non ho trovato ancora una ricetta o una modalità particolare. Per fare il pane comunque mi attengo alla tradizione e, quando possibile, uso il lievito madre che io stessa preparo.

A proposito, in alcuni territori si trattava il lievito madre come un tesoro di famiglia da tramandare di generazione in generazione, almeno la sua ricetta. Il tuo quanto tempo ha?

Meno di due mesi, perché non lo facevo da tempo e c’è stato un trasloco nel mentre; se non si usa il lievito con una certa cadenza, diciamo settimanale, ammuffisce; in verità avrebbe anche un po’ di più se non fosse stato disperso, ma su questo taccio!

Ma parliamo di cose un po’ più profonde, della tua vita intendo. Dal punto di vista della tua passione, come pensi di poter soddisfare l’esigenza di un lavoro? hai dei progetti?

Più che progetti, fantasie. Non credo ad oggi di riuscire a conciliare questa mia passione con una progettualità di lavoro. I tempi non sono maturi, non per me, ma per la percezione degli altri nei confronti delle disabilità visive e del lavoro in ambito della ristorazione. .

Abbiamo per tutta la vita dei sogni nel cassetto che ci portiamo dietro: il tuo qual è, se pensi alla tua passione?

Non cucino nel senso compatibile con la grande ristorazione ed inoltre, pur sperimentandomi, amo la tradizione. Il mio piccolo e grande sogno è quello di avere una minuscola osteria, dove si possono servire piatti della tradizione italiana e meridionale, ma ogni tanto innestare delle creazioni culinarie per gli affezionati.

Andiamo oltre. Molto importante, anche in ambito domestico e culinario, è la salvaguardia di una certa sostenibilità, anche minima. Come ti senti resiliente?

Credo di dimostrarlo anche nelle ricette che propongo sul blog. Gli alimenti che potrebbero deperire si possono sempre reinventare. La spesa che tendo a fare è comunque una spesa, in particolare per il fresco, con razioni determinate e distribuite nel tempo. Difficilmente butto verdura o frutta. Quando si vede l’”invecchiamento” su di un alimento o resta a lungo in dispensa parte subito la fantasia per utilizzarlo in maniera gustosa.

Usi alimenti esotici rispetto alla tradizione italiana nella tua cucina?

Ho usato l’avocado per delle salse, ma è un alimento che poco si abbina al mio palato. Amo molto un po’ tutte le spezie. Il curry, in particolare.

Una domanda che apparentemente non c’entra nulla con la cucina: cosa pensi del proibizionismo sulla canapa? hai mai usato prodotti di canapa per le tue ricette?

Si, ho cucinato delle cene a base di canapa. Dal risotto con le foglie, ai dolci o biscotti con infiorescenze. Per l’uso della farina ancora non mi è capitata l’occasione. Sul proibizionismo, in generale, non mi esprimo. Sarebbero solo brutte parole. Ricordo quando ero ragazza del proliferare dei cartelli del vietato fumare ovunque e proprio quel divieto mi istigava a fumare. Credo che i divieti senza informazione non servono.

Secondo te quali sono gli ostacoli che rendono difficile a livello sociale, politico ed economico l’affermazione di una donna, ancora di più se disabile?

La mentalità italiana costituisce un grande ostacolo. L’assenza di cultura alla quale siamo tutti soggetti, cui siamo tutti sottoposti senza possibilità di “ribellione”. Il problema è grande per le donne, per questi motivi ancor più grave per una donna con disabilità.

Che vita vive oggi Sonia Gioia rispetto alle aspettative della stessa Sonia di vent’anni?

Ci troviamo di fronte a due epoche differenti, nnon solo dal punto di vista personale, ma anche sociale. Sono cambiate tantissime cose. Dovrei pensare a ieri con la società di ieri. A vent’anni si hanno altre aspettative e prospettive, vissuti differenti, è difficile valutarle per il proprio futuro. Non credo che molte persone si ritrovano ad aver realizzato a quarant’anni quello che desideravano a vent’anni. Quelle aspettative lo ho quasi dimenticate. Ero pessimista, cupa. Oggi magari mantengo queste visioni, ma ho imparato a limarle e moderarle nel tempo.

Dal punto di vista personale cos’è che ti manca, se c’è una mancanza, per la piena realizzazione di un tuo progetto, tutto al femminile?

Esser guardata dagli altri per quello che sono e non per quello che mi porto addosso. Sono una persona con tutte le sue peculiarità, non l’handicap che vivo. Fino a quando una qualsiasi persona che mi è vicina, amica o parente, vede l’handicap come un mio reale limite (spesso frutto della percezione dell’altro), avrò fallito nel comunicare che sono altro al di là di questo.

Cara lettrice e caro lettore concludo questa bizzarra intervista domestica articolata in due giorni invitandoti a seguire il blog CucinabiliVisioni curato da Sonia per ispirazione sul piatto del giorno o per semplice curiosità. A questo punto ti svelo qual è la canzone del grande Pino Daniele che mi fa pensare a Lei e che a Lei lascio come momento musicale per la riflessione dopo questo scambio di pensieri che come risultato ha avuto questa intervista.

Cronache di un vaccino

Jo mentre vengo vaccinato

Breve post, amiche ed amici, per aggiornarvi sulla personale esperienza di vaccinato anti-covid.

Chi sono

Chi mi segue già sa, ma un pó di outing non guasta. Residente nella regione Lazio, ho avuto la possibilità di prenotare il vaccino anti covid da mercoledì 17 marzo perchè cieco assoluto, codice d’esenzione c05. Dopo un pó di fibrillazione nelle prime ore del mattino, a metà giornata del 17 sono stato tra i primi, tant’è che la prima dose mi è stata prenota per oggi 20 marzo.

Il vaccino

Rientrando nella categoria delle persone vulnerabili, nonostante i miei 41 anni portati non benissimo, mi è stata assegnata la possibilità di vaccinarmi con il primo e più sicuro, il vaccino americano di Pfizer. Come potete vedere dalla fotografia di corredo all’articolo, la fiala al momento della somministrazione era stata appena aperta. Nella postazione di Santa Maria della pietà di Roma, centro vaccinale nella parte settentrionale della capitale, le postazioni erano varie. Ma le operazioni scorrevano anche con una certa fluidità. Al momento della somministrazione zero sensazioni. Zero dolore. Zero conseguenze, almeno fino ad ora, poche ore dopo l’iniezione.

Perchè vaccinarmi

A questo punto viene la parte più interessante… Perché vaccinarmi? Bene, molto semplice. Anche se le motivazioni sono varie. Prima di tutto, come non vedente, usando molto le mani sono esposto più facilmente ai contagi.per quanto attenzione io possa mettere, resta il fatto che il mondo lo scopro piuttosto che lo evito con le mani, automaticamente aumenta la possibilità di entrare in contatto con superfici contaminate. In secondo luogo, sono anche una persona ipertesa. Sulla pericolosità di questo virus negli effetti riferiti alla salute cardiovascolare tanto si è detto in terzo luogo, ma non per ultimo, ho deciso di vaccinarmi appena possibile per tutelare le persone attorno a me, compresa mia moglie (anche lei vaccinata oggi) perché asmatica; ma penso anche alla possibilità di tornare in Puglia, Mia regione di origine, Per fare visita ai miei anziani genitori malati, Che tra una cosa e l’altra non li vedo da quasi due anni. Metteteci che da più di tre anni non incontriamo amiche ed amici con gravi malattie autoimmuni, il quadro delle motivazioni e completo. Per concludere vi aggiornerò fino alla completa immunizzazione con cadenza settimanale, salvo, ovviamente spero di no, imprevisti…

Comunque, il tweet seguente riassume il mio stato d’animo! ☺️😉

Sanremo accessibile

Interprete LIS a Sanremo

Nella tarda notte tra sabato e domenica scorsi, attorno alle 2:30, Amadeus annunciava in diretta dal Teatro Ariston di Sanremo il vincitore dell’edizione 71 del Festival della canzone italiana. Le cronache abbondano, lungi da me aggiungere o togliere qualcosa.

Mi interessa segnalarvi però quest’appuntamento perché la Settantunesima edizione del Festival di Sanremo ha segnato per la RAI un momento molto importante, ovvero il raggiungimento e l’affermazione della piena accessibilità per i disabili della comunicazione (ciechi e sordi) di un format importante, sulla rete ammiraglia, e in diretta.

Da segnalare è il lavoro molto impegnativo dell’audiodescrizione per i non vedenti, attivabile attraverso un’apposita funzione del telecomando, che ha accompagnato l’uscita dei vari artisti e i momenti più salienti, dove per i ciechi di fatto serviva una descrizione di ciò che accadeva sullo schermo. La manifestazione è stata interamente sottotitolata per le persone sorde, ma su un canale dedicato, come già l’anno scorso, è stata tradotta in Lingua italiana dei Segni per tutti i sordi segnanti. L’esperienza delle interpreti in LIS è stata raccontata Qui

e il complesso delle attività per l’accessibilità del festival raccontata Qui

Da sottolineare l’impegno costante della Televisione pubblica italiana per una piena accessibilità dei format culturali, come indicato dall’articolo 30 della convenzione ONU per i diritti delle persone con Disabilità.

Rosso come il cielo: com’erano gli istituti per ciechi.

Una scena del film

“I grandi musicisti quando suonano chiudono gli occhi per sentire la musica più intensamente”.

Realizzato su un soggetto dello stesso regista, Cristiano Bortone – che ne è anche il produttore -, coautore inoltre della sceneggiatura assieme a Monica Zapelli e Paolo Sassanelli, tra le particolrità registra le musiche del compianto Maestro Ezio Bosso. Questa pellicola è stata presentata come Evento speciale UNICEF nella sezione per ragazzi “Alice nella città” della Festa del Cinema di Roma 2006, uscito poi nelle sale italiane il 9 marzo 2007; nel cast c’è un gruppo di ragazzini di dieci anni di cui alcuni realmente ciechi.

Il film

Rosso come il cielo, Italia, 2005, regia di Cristiano Bortone, Durata 95 min., drammatico

Cast

Luca Capriotti (Mirco), Paolo Sassanelli (don Giulio), Marco Cocci (Ettore), Francesca Maturanza (Francesca), Simone Colombari (padre), Simone Gullì (Felice), Rosanna Gentili (madre di Mirco), Norman Mozzato (direttore della scuola),

Trama

Mirco, un bambino che nel 1970 ha dieci anni, in seguito ad un incidente col fucile del padre perde la vista. I genitori sono costretti a fargli frequentare un istituto per ciechi a Genova, dove inizia un particolare percorso di consapevolezza di sé e del mondo. Lì, non riuscendo ad usare il braille, trova stimolo in un vecchio registratore e riesce a inventare delle favole fatte solo di rumori e narrazione. Nel frattempo, il piccolo protagonista, conosce Francesca, la figlia della portinaia della casa accanto all’istituto, cominciando così un’amicizia nonostante non potessero incontrarsi. Mirco coinvolgerà sempre di più tutti gli altri bambini ciechi nella sua passione delle favole sonore, facendo capire a loro quanto valgono e quanto siano simili a tutti gli altri ragazzini. Alla fine il maestro organizza una recita creata dagli allievi e tutti i genitori ne rimangono colpiti. Il film è tratto da una storia vera: infatti, prima dello scorrere dei titoli di coda, si legge: “Mirco è uscito dal collegio a 16 anni. Nonostante non abbia più recuperato la vista, oggi è uno dei più riconosciuti montatori del suono del cinema italiano”, alludendo alla possibilità di riuscita anche quando tutto è apparentemente perso, come insegna la storia di Mirco Mencacci.

Recensione

La visione di questo film, magistralmente diretto da Bortone e con una capacità di interpretazione dei ragazzi del cast da pelle d’oca, per chi come me ha frequentato (anche se in epoca differente) gli istituti speciali per ciechi comporta un grande trasporto emotivo. Anche un ex interno tra i più induriti nel cuore e nello spirito, non può non rivedersi nelle vicende e nelle dinamiche raccontate nella pellicola. Non nascondo di aver pianto, cosa che mi capita raramente davanti ad un film. La prima volta che l’ho visto ero senz’altro in una situazione di estrema sensibilità per vicende personali, ma il riemergere dopo anni di tante sensazioni, frustrazioni e successi, dinamiche e racconti vissuti in prima persona nella frequenza degli istituti mi ha riportato indietro nel tempo, ad un’infanzia particolare, dove assieme all’Amore di una famiglia c’è stata la necessità di affrontare una separazione da essa, per la questione legata all’educazione e alla formazione che, nei luoghi di origine, allora non era possibile. Solo molto dopo è arrivata l’integrazione scolastica, ma proprio a partire da vicende come quelle di Mirco. Infatti siamo agli inizi degli anni Settanta, dove istanze sociali e rivendicazioni sindacali si toccano e la spinta del cambiamento di questa insolita commistione (all’epoca molto più forte, fatemelo dire) porta ad una serie di riflessioni generali che dall’anno successivo inducono le istituzioni a rivedere quel modello indubbiamente ghettizzante. Infatti in un decennio, partendo da alcuni Decreti del Presidente della Repubblica del 1971, si giunge alla legge sull’integrazione scolastica del 1977 e all’istituzione della figura dell’insegnante di sostegno, che porterà nel periodo 1980-2000 ad affermare definitivamente i processi di inclusione socio-scolastica e alla definitiva chiusura degli istituti speciali come luogo deputato alla formazione dei ciechi e degli ipovedenti. Bene, tutto quanto si vede nel film è autentico, anche la domanda, scioccante in apparenza, che apre l’esperienza di Mirco in istituto: “Ma tu, quanto ci vedi?”, domanda che in apertura di anno scolastico oppure in presenza di un uovo arrivo ho fatto e mi sono sentito rivolgere molte volte.

Consiglio a chiunque, soprattutto ai ragazzi e alle ragazze, la visione di questo film, sia per assimilare l’importanza della formazione e dell’istruzione, sia per capire fino in fondo la necessità di abbattere lo stigma che accompagna ognuno di noi in prossimità di esperienze aliene dalla presunta “normalità”, come è appunto l’handicap visivo.

A proposito del 30 dicembre scorso…

Noi che attteraversiamo

Avviso ai lettori

Questo post è stato redatto il 21 gennaio 2021, prima del contatto avuto con Veronica Altimari, giornalista di Roma Today per un approfondimento sui fatti del 30 dicembre 2020. Nel paragrafo “Follow up” di questo contributo, posto alla fine, potete vedere la video intervista curata dalla giornalista.

Premessa

Può capitare nel corso di un’esistenza di calcare il proscenio da protagonisti. A volte ciò succede malgrado la propria volontà e non sempre per motivi piacevoli. Quello che a noi è capitato il 30 dicembre scorso è uno di quegli eventi che ci saremmo tranquillamente evitati, soprattutto per lo stato di tensione che ne è derivato e che ora, lentamente, va riassorbendosi.

A distanza di più di tre settimane da quel fatto di cronaca, alla luce di alcuni “rumors”, ci sentiamo di dover approfondire e precisare alcuni aspetti conseguenti a quella vicenda.

No alla violenza

In primo luogo, come Sonia già ha specificato, prendiamo la massima distanza da commenti giustizialisti alla casereccia. La violenza da tastiera è un sentimento facile da far emergere, ma non ci appartiene, anzi riteniamo essere il substrato in cui cresce la violenza che poi esce dal virtuale e si riversa nelle nostre città e strade, provocando di conseguenza fatti come quello a noi occorso. Rivoltarsi ad un’ingiustizia con violenza non porta mai alla giustizia, ma ad ulteriore iniquità.

Vedere il dito…

In secondo luogo una precisazione su un aspetto, ruomors molto fastidioso percepito qui e li. I concetti di cecità e ipovisione, per l’italiano medio (alimentato dalle veline di tribunali e GDF, da certa stampa e da un sentimento giustizialista diffuso) sono intesi come estremi. Il Polo Nazionale di riabilitazione visiva, articolazione italiana della fondazione dell’OMS che si occupa di cecità e ipovisione, spiega Qui Bene questa distinzione. Sarebbe utile che le persone si documentassero e gli organi di stampa approfondissero, perché non è la prima volta che entrambi sollecitiamo i media su quest’aspetto. Denotare che una persona sappia usare il telefono giusto per fare un lancio da TG regionale per dire che è stata sospesa una pensione di invalidità è becera propaganda, come chi rimprovera a me o Sonia di aver dato indicazioni precise sulla dinamica dell’aggressione. Su quest’aspetto vorremmo precisare la più grossa delle banalità, ovvero che noialtri si è sviluppati altri sensi, non si patisce solo per quello che manca. Per quel poco che conta, qui nessuno si deve giustificare di un “motu manu” o di un residuo visivo inferiore al ventesimo di vista, oltretutto da un solo occhio. Vedere ombre, percepire delle sagome, distinguere al sole qualche colore e usare un video ingranditore per comprendere una scritta non vuol dire vederci. Il problema, cari detrattori malpensanti all’italiana, è che ci stavano mettendo sotto per una mancata precedenza ai pedoni, e peggio ancora pedoni ciechi, maggiormente tutelati dal codice della strada, oltre ad un’aggressione ad una donna (percepita come elemento perennemente debole della società), non quanto ci vede Alessandro, se Sonia ha percepito tre o quattro persone attorno, o cosa. Altrimenti, come sostiene sempre Sonia, “datemi la patente di guida, se non vi sta bene che riesco a non farmi mettere sotto per un residuo minimo di ombre”. Alessandro sostiene invece da tempo che “le persone disabili spesso sono migliori dei presunti “normodotati”, perchè affinano maggiori capacità di adattamento alle vicende della vita, anche quotidiana, dimostrando maggiore resilienza all’esistere, altro che soggetti deboli”. Che sia chiaro. Nel link sopra segnalato approfondite prima di riversare le vostre frustrazioni su una tastiera, ignoranti.

Noi con le istituzioni

Strumentalizzati…

Il terzo punto verte su quanto o meno siamo stati strumentalizzati. Bene, questo è l’aspetto più succoso, dal nostro punto di vista. Nessuno ci ha manipolati, anzi, forse si può dire che siamo stati efficaci noi nel suscitare un dibattito. Che l’Unione Italiana dei Ciechi abbia preso posizioni è più che naturale, perché di questi fatti in Italia ne succedono spesso ed è ovvio che l’organizzazione di difesa dei diritti e che monitora la loro mancata applicazione sui disabili della vista si sia mossa. A livello Nazionale come a livello locale.

Inoltre noi abbiamo parlato con le istituzioni, non con questo o quel politico di questo o quel partito. Se le istituzioni si sono esposte per un tornaconto di visibilità politica ad opera di amministratori attenti all’immagine più che alla gestione del territorio, tipico della bassa politicuccia, è un problema che non ci riguarda, lo vedremo come tutti, misurandolo con la qualità delle strade, dei marciapiede e degli attraversamenti. Ma che le istituzioni si siano mosse per comprendere le problematiche è comunque ammirevole e doveroso; noi abbiamo apprezzato la tempestività. Nessuno ha manipolato nessuno, si è solo riacceso un dibattito sano e un dialogo tra cittadinanza e istituzioni in grado di poter generare modelli virtuosi, circostanza che ci auguriamo accada.

Grazie

Rinnoviamo a questo proposito la nostra massima fiducia nell’Arma dei Carabinieri, che gestisce le indagini. Difficile sarà risalire al responsabile dell’aggressione, ma le cause sono altre, sono in quell’omertà in strada che non ci ha permesso di individuare subito la persona e chiamare le forze dell’ordine in quel momento. L’indifferenza interessata dei vecchietti di Piazza Mirti e le risate dei ragazzoti che da li passavano sono eloquenti sull’immaturità di parte del tessuto sociale italiano. Badate, italiano, non di Centocelle, perchè qui le persone volenterose e solidali si sono mosse. La nostra sfortuna è stata che alle 10:15 circa del 30 dicembre 2020 attorno a noi ci fossero solo ignavi. Pazienza. Ciò che ne è derivato è stata la migliore conseguenza per noi che ne siamo usciti comunque indenni, cioè suscitare riflessione su un elemento di profondo allarme sociale come la sicurezza dei pedoni a Roma, capitale d’Italia, soprattutto se i pedoni hanno handicap visivo, aspetto sul quale anche il codice della strada si concentra con particolare attenzione. Ignoranti due volte.

In conclusione questa è la sede per rinnovare il ringraziamento a tutte le persone che ci sono state accanto ad ogni livello, dai singoli cittadini che hanno dimostrato sconcerto, alle istituzioni territoriali che hanno dimostrato solerzia, all’UIC che si è mossa in termini solidali, ala stampa che ne ha parlato e che ha colto il nostro stimolo per approfondire tale tematica.

In chiusura troverete una rassegna stampa di coloro che hanno rilanciato l’agenzia o approfondito, anticipatamente ringraziamo chi approfondirà in futuro queste tematiche. Nostra è la consapevolezza di dover lavorare a lungo affinché online e offline si possa recuperare il senso di umanità per valutare le cose per quelle che sono, ovvero gesti di tensione sociale che non aiutano persone svantaggiate come noi a vivere una vita ed una città sostenibile e degna.

Alessandro e Sonia.

Rassegna stampa

Nota bene: hanno rilanciato e trattato la vicenda le seguenti testate ed agenzie, alle quali esprimiamo gratitudine e che invitiamo ad approfondire le tematiche sociali e la conoscenza del mondo delle disabilità, che ribadiamo concernere milioni di cittadini italiani, come dimostra il Libro bianco sulle disabilità del 2019.

Ci perdoneranno quelle testate e siti di informazione che ci sono sfuggiti.

Follow up

Alla luce di quanto raccontato sinora, rispondendo alla migliore aspettativa di approfondimento da parte dei media delle tematiche poste, veniamo contattati da una giornalista di Roma Todai, Veronica Altimari – come anticipato nell’”avviso ai lettori “ posto in cima -, per una video intervista di approfondimento. Premettiamo che il suo pezzo ci ha molto ben impressionato per la linea seguita e per la professionalità di Veronica, che ringraziamo, come tutta la redazione, per la volontà dimostrata nel capire come si sia potuto arrivare ai fatti di dicembre.

Tutto, durante le riprese, è andato per il meglio , ma tra il nostro terrore e lo sconcerto della videomaker guardate Qui cosa ci è successo! Ciò succede tutti i giorni, questo rappresenta la nostra disabilità.