Quale ipotesi seguire in politica? Tra emergenzialità e normalizzazione.

Tra virgolette, per Memoria futura vi propongo oggi un post scritto nel 2013 a proposito d un’esperienza molto interessante. Si trattava di un “esperimento” se volete, ma era più che altro un ben riuscito modo di aggregare le persone tramite i socialnetwork, Twitter nello specifico, quando ancora i social erano un posto non dico sano, ma per lo meno abitabile. Erano gli Indivanados, una sorta di antesignani dei FacciamoRete di oggi, delle Sardine ante litteram, che interpretavano l’impegno in maniera “accomodata”… Una presentazione del movimento (del tutto spontaneo) in una lettera del suo ideatore che potete leggere qui se il vecchio blog, fonte di ispirazione per questa categoria, si apre, visto che spesso va in blocco.

Sul vecchio blog inoltre ospitai il suo fondatore, noto alle cronache social come Gabriel Ektorp (da notare come il nomignolo fosse riconducibile ad un modello di divano!), che spiegava il senso di questo “gioco” che, tanto per giocare, portò ad un congresso nazionale a Roma nell’ottobre di quell’anno. Subito dopo l’appuntamento capitolino, che ricordo con gran piacere, scrissi queste riflessioni, ritenendole ancora del tutto valide. Buona lettura.

“Questo post ha l’obiettivo di stimolare un approccio “Differente” all’osservazione della “diversità” nel suo insieme, come concetto politico-sociale, ma anche come aspetto del singolo vissuto. Tale tentativo di contribuire allo sviluppo di più corrette definizioni parte dal confronto con gli amici Indivanados, aspirando ad essere un ragionamento tra le maglie della politologia, ma con un senso meno tecnico e più di “ispirazione” (leggilo: di prospettiva). Infatti ho parlato di “normalizzazione delle diversità” all’interno del Congresso degli Indivanados del 19 ottobre scorso (2013, NDA), intervento a braccio, che merita un approfondimento, alla luce della mia nomina a Ministro delle Politiche Sociali del Governo della repubblica del Divano, contraltare al governo della Repubblica delle Banane, ovvero l’attuale governo Letta. Ma di quest’ultimo aspetto verrà un post dedicato. Tale contributo serva da chiarimento a chi era alla Casa internazionale delle Donne il 19 ottobre e, per tutti, come premessa valida per ciò che seguirà.

Occorre partire dalle definizioni così come rintracciate sul web e assolutamente condivisibili nella loro forma. In senso lato con normalizzazione si intende un qualsiasi processo che modifica un oggetto per renderlo più normale, il che significa tipicamente renderlo più conforme a qualche criterio di regolarità, oppure di rendere alcune sue caratteristiche più vicine a quelle che si riscontrano mediamente, oppure di farlo ritornare aduna situazione più usuale dopo un evento che l’ha portato ad uno stato anormale. Questo termine ha significati specifici in molti campi; per leggere la fonte di questo pensiero vai qui.

Per emergenza (emergenzialità) si intende invece la circostanza imprevista,caso grave, urgente, situazione di necessità. In caso di emergenza, di necessità urgenti. Provvedimenti di emergenza, straordinari. Stato di emergenza, situazione pubblica di particolare difficoltà e pericolosità, che richiede provvedimenti speciali e urgenti: dichiarare lo stato di emergenza (per la definizione vedi qui).

Il ragionamento che segue si baserà sulla dicotomia emergenzialità-normalizzazione, che di solito si riferisce alla “diversità” in senso ampio, per ricondurla qui più specificatamente alle disabilità. Già su twitter mi sono concentrato su questi tre aspetti fondamentali, specchio evidente del concetto di “diversità” nel nostro tessuto sociale, dove la diversità è nell’intendere il ruolo di quell’elemento nella “normalità”di nemesi del Paese. I tre ambiti, aspetti, categorie se volete, sono:Immigrazione, dialogo intergenerazionale, disabilità. Se ci fate caso sono tre aspetti che negli ultimi mesi, settimane, sottintendono a numerosi passaggi della dialettica politica, del dibattito sociale. Dell’immigrazione già trattai parzialmente nella tesi di laurea del 2008, proprio in relazione allo stato di continua “emergenzialità” con la quale si affrontava, e mi pare di poter dire,si affronta la questione. Ma evidentemente, le istanze di “rottamazione“ poste da alcuni attori politici, alludendo al ricambio generazionale, piuttosto chele vicende di alcune categorie di disabili hanno posto fortemente tale ragionamento in assetto trasversale per questi tre ambiti sociali. I lacci e i collegamenti sono molteplici, si pensi solo al ricambio generazionale della popolazione sostenuto dagli immigrati, piuttosto che ai servizi di welfare e assistenza per lo più affidati ad essi, eccetera. Ma è su aspetti generali che vorrei soffermarmi,per poi glissare nuovamente sulle disabilità.

In Italia siamo stati abituati al fatto che ogni fenomeno o effetto sociale debba essere sempre affrontato come se fosse una scure che piova dall’alto, dove politica e corpo sociale, in massima parte, non sono mai, sottolineerei mai, pronti ad interiorizzare quel cambiamento piuttosto che quel fenomeno specifico. Si parla di rinnovamentogenerazionale da trent’anni, di immigrazione da quasi quaranta, come diintegrazione ed inclusione dei disabili. Le decisioni politiche non son omancate; spesso sono state corrette e preludevano alla giusta direzione daseguire, ma l’applicazione pratica è sempre stata assente, fallimentare sepresente, in ogni caso mai all’altezza. Se penso all’emergenzialità mi viene sempre da riferirmi allo stato dell’assetto idrogeologico del nostro Paese, dove l’evidenza è sotto gli occhi di tutti, nessuno fa nulla, e poi alle prime 3 ore di pioggia i tg o i giornali titolano “emergenza maltempo”… Insomma, pare che nel nostro modo di affrontare ogni tematica non ci si trovi aproprio agio se non pensando che sia eccezionale, d’emergenza, che non ciriguardi fino in fondo, che sia una condizione anomala rispetto al nostro modo di intendere il mondo e le cose. Una soluzione c’è? Esiste la possibilità di sovvertire questo aspetto che, da tempo sostengo, essere di “inferiorità antropologica”? Credo di si. Spostando sull’asse degli estremi emergenzialità-normalizzazione l’asticella verso la seconda, preludendo a un lavoro culturale, da iniziare individualmente, dentro di noi, che poi possa condurre alla effettiva esplicazione nei gesti e comportamenti sociali,politica compresa. Intendo dire che occorre attraverso la “normalizzazione”, o se preferite interiorizzazione, di taluni fenomeni sociali ed umani ridare dignità al termine “emergenza”, proprio perché essa allude ad uno stato eccezionale da affrontare adeguatamente. L’esempio? Emergency di Gino Strada. Non aggiungo altro. Sostengo questo perché occorre comprendere e interiorizzare fino infondo che un disabile è portatore di dignità e la componente numerica di questa categoria nel corpo sociale italiano richiede maggiore attenzione, perché i disabili meritano una maggiore considerazione prima, una piena integrazione e un’effettiva inclusione sociale; questo per lo stesso motivo per il quale il passaggio tra generazioni sia un meccanismo fluido in ogni settore, dove venga di fatto dato spazio alla freschezza e all’entusiasmo di classi più giovani e meritevoli,e i più anziani con fiducia devono lasciare spazio, così come gli immigrati devono essere considerati parte piena della nostra comunità nazionale. Tre atteggiamenti che sarebbero ovvi, normali, in un tessuto sociale libero dalla morsa paranoica della continua emergenza sociale. Ma ora mi concentrerò sull’aspetto delle “diversità” a me più vicino, la disabilità, per districare meglio questo concetto.

Premetto, come dissi a Roma nel mio intervento a braccio, che è un ragionamento assimilabile anche ad altri aspetti delle “diversità” di cui siamo tutti portatori, estendibile ad altre vicende umane vissute come “emergenza”,ovvero condizione delle donne od omosessualità. Per competenze ed esperienza resto sulle disabilità. Quindi per “normalizzazione delle diversità” non intendo un appiattimento del vissuto soggettivo né tanto meno ad una omogeneizzazione od oscuramento di talune categorie sociali, bensì ad una completa assimilazione della “diversità” di cui ognuno è portatore, che merita eguale attenzione, uguale trattamento e considerazione, proprio perché il minimo comun denominatore è la “dignità”. Un disabile può e deve essere valorizzato anche come soggetto economico, un disabile può e deve avere pari considerazione e inclusione sociale, ogni disabile deve evitare processi subdoli, a volte involontari, di marginalizzazione. Questo perché al di là delle condizioni personali ognuno ha pari dignità sociale. Tutto ciò è chiaramente ispirato dal più disatteso degli articoli del nostro dettato costituzionale, l’articolo 3, che vorrei ricordare: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Mi sembra chiaro. La Repubblica Italiana ha profondamente fallito in questa direzione, ora tocca a noi, singoli e corpo sociale.”.

Domande ex post: nel 2020, al di là delle citazioni della politica o riferimenti vaghi a fatti di cronaca dell’epoca, mi chiedo se per la piena inclusione dei disabili c’è stata una sorta di normalizzazione, se italiani di origine straniera sono stati soddisfatti nelle loro aspettative di essere pieni cittadini della Repubblica, se la componente anziana ha ricevuto adeguate risposte nelle richieste di un welfare moderno? Per rispondere, ovviamente, scremate ogni pensiero dall’emergenza, questa si, del Coronavirus.

NB: post scritto il 22/10/2013. Per la sua redazione mi accompagnai alla lettura di alcuni documenti rintracciati in rete. Alcune cose, a distanza di anni, sono state rimosse o disperse, ma alla data della pubblicazione di quest’articolo ho recuperato alcune cose. Per i processi di normalizzazione in politica, consiglio la lettura di qquesto documento del 2001 della Commissione europea. Per un’idea sui processi della normalizzazione in relazione alla disabilità consiglio la lettura di questo documento. Per la presenzadelle diversità, nell’accezione più ampia, in ambito della comunicazione, interessante è questo contributo che descrive la presenza di differenti categorie in ambito pubblicitario.

Le quindici politiche per avere il mio voto.

Tra virgolette, per Memoria Futura un post risalente al periodo precedente le elezioni del 2013, che le introducevo come delle “istanze”. Si trattava di quindici proposte per motivare il mio voto, che avevano più l’idea di provocare, che quello reale di riscuotere ascolto, che ovviamente non ci fu, nonostante la meticolosa operazione di segnalazione nel mio profilo twitter con il @ dei maggiori esponenti di sinistra dell’epoca, quali Renzi, Bersani, Puppato e altri. Riesumare questo vecchio post mi da la possibilità di poter oggi ripercorrere, proposta per proposta, un interessante percorso per vedere cosa si è fatto da allora e, generalmente, negli ultimi anni nel nostro Paese vedere le policy per ognuno di questi punti. Ma passiamo alle proposte del 2013, che le ritengo valide ancora oggi.

“Inevitabile è, ad un mese dalle elezioni, che oltre a farci propinare i loro programmi, qualcuno avanzi anche delle istanze. Le mie sono queste. In premessa, però, ci sono tre cardini fondamentali che occorre considerare per le proposte che seguono: primo, occorre assolutamente riabilitare lo stato; secondo, è necessario sovvertire l’andazzo dell’economia, riportando in augeuna sua dimensione reale a discapito di quella finanziaria; terzo, ogni altra politica sarà efficace nel momento in cui si darà un duro colpo alla malavita organizzata, ma ci vuole coraggio. Il mio voto lo conquistate parlando di questo.

Per il rapporto dello stato con i cittadini:

  • 1 sbloccare fondi per i creditori dello Stato;
  • 2 riscrivere i codici riferiti a disabilità, relazioni economiche e relazioni con la PA;
  • 3 demilitarizzare la spesa pubblica;
  • 4 riformare la politica e le istituzioni in senso sostenibile;
  • 5 investimenti pubblici e politiche di agevolazione per investimenti privati sulla riqualificazione, bonifica e manutenzione del territorio.

Per l’economia reale:

  • 6 favorire la ricerca tecnologica, gli spin-off e le start up innovatrici;
  • 7 potenziare il welfare mediante un trasferimento di compiti all’associazionismo, adeguatamente retribuito;
  • 8 favorire microeolico e micro-fotovoltaico;
  • 9 potenziare i servizi di mobilità effettivamente necessari al paese;
  • 10 puntare sul turismo in linea con i principi di Lanzarote (Carta del Turismo sostenibile, NDA) e uniformare il settore verso il sistema turistico Italia;
  • 11 pensare a misure di inclusione lavorativa per giovani e donne

Per la lotta alla carenza strutturale di legalità:

  • 12 migliorare le carceri e pensare a pene alternative per i reati minori;
  • 13 depenalizzare l’uso della cannabis, promuoverne l’uso farmaceutico e introdurla nuovamente nel tessuto produttivo;
  • 14 intervenire su edilizia scolastica e diritto allo studio per contrastare l’abbandono scolastico;
  • 15 agevolare la concessione ad associazioni, microimprese e società civile dei beni confiscati alla mafia per attività sociali e produttive.

Chiaramente ho lasciato fuori tante altre questioni, che però sono diretta conseguenza dell’applicazione di queste proposte, come investire sui beni culturali, finanziare tutte le forze dell’ordine, alleggerire la burocrazia, digitalizzare la giustizia, eccetera; ma da questi quindici punti, rivoluzionari se volete, passa la scommessa di un Paese Italia assolutamente riqualificato.”.

Oggi, nel 2020, passati sette anni da questo contributo, ditemi un po’, cosa è stato fatto? A me, ad occhio, parrebbe che sono del tutto intonsi, se non giusto qualche minimo incremento in singoli aspetti di alcuni di loro. O no?

NB: articolo scritto il 24/01/2013.

, L’autonomia? Non sintomo di dignità, ma segnale di truffa…

Per Memoria Futura vi propongo tra virgolette un articolo del lontanissimo 2013, dove evidenziavo alcune questioni legate alla trattazione della disabilità dai media, in tutte le sue sfaccettature. Molte di tali riflessioni poi sono state approfondite Qui.

Ciò che mi scandalizzò all’epoca fu la rozzezza con la quale un organo di stampa importante come “La Repubblica” trattasse certi temi, Con molto sensazionalismo, perplessità dovute al fatto che si trattava di un aspetto sensibile come le truffe allo stato da parte di falsi invalidi, nervo scoperto nel nostro Paese. L’intero impianto di questi pensieri lo reputo ancora valido, perché molti altri sono stati gli episodi di cattiva informazione intercorsi in questi anni. La proposta ancora del tutto valida, perché inevasa. Buona lettura.

““Prima ancora di passare all’analisi, specifico che i falsi ciechi di Palermo lo sono. Si. Non ho dubbi. Ma li ho per le affermazioni degli inquirenti. Quando vengono divulgate queste notizie ricordate che esiste una cosa che voi non avete, signori della Guardia di Finanza, signori giudici, signori funzionari INPS. Molto spesso dietro i vostri accertamenti manca la valutazione del parametro affermato in leggi internazionali, ratificate dal nostro Parlamento, ovvero la Dignità. e leggetevi la dichiarazione dell’ONU sui diritti delle persone disabili.

Ma veniamo al dunque. Le argomentazioni esposte di seguito saranno di tre ordini: 1 l’affermazione che quelli di Bagheria sono falsi ciechi. 2 il perché lo sono ma per ben altre motivazioni espresse dagli inquirenti di Palermo ; 3 la totale inadeguatezza di quella classe dirigenziale a svolgere indagini e la richiesta di commissioni ad hoc per risolvere la questione, ma composta dai migliori e più colti agenti dello Stato. Andiamo per ordine.

I pezzi visti online sui fatti siciliani sono molto simili tra loro. Evidentemente tutte le testate (aspetto sul quale ora non mi dilungo)hanno usato le veline GDF, pari pari, per dare la notizia. E ad eccezion fatta delle testate giornalistiche nazionali, che ricamano la notizia in chiave governativa, tutti gli altri canali di informazione non si prendono la benché minima bega di approfondire la notizia; rammarico, sul quale ripeto, tornerò poi. Signori giornalisti da urlo, presto o tardi ne avrò anche per voi, in difesa dei vostri colleghi onesti in primis. I fatti dicono che questi signori avevano una certa autonomia sulla quale non potevano riscontrarsi assenze tali della vista, quindi seppur minime effettivamente le capacità di vista c’erano. L’infrazione loro contestata è quella di aver dichiarato di essere “ciechi assoluti”, quando in verità non erano tali. Non sapremo mai se magari questi fossero con microlftalmo, monocoli, ventesimisti, glaucomati, colobomizzati, o magari chissà quale patologia che ne riduceva la capacità normale al vedere, ma di certo non ciechi assoluti. Chi non si accompagna al muro, al bastone, ad un cane o ad un braccio in effetti non può essere sempre certo al 100% di intraprendere la traiettoria giusta. E quindi evidentemente anche fossero ombre o sagome, loro le vedevano. Quindi sono “falsi ciechi assoluti”. Una considerazione: un ambiente conosciuto, a partire dalla propria casa, il quartiere, strade note, un cieco che sia in grado di deambulare le affronta tranquillamente anche senza supporti esterni. Si contano passi, si ascoltano suoni, ci si regola dalla presenza o meno di un’apertura d’aria in prossimità di una strada. Ma per carità, queste son robe per ciechi fenomenali dell’estero, magari, ma questi erano tre anziani, ignoranti forte, che il medico accondiscendente l’hanno trovato. Eccoci al punto. Gradirei dai Signori inquirenti che, una volta tanto, nel dare le veline l’attenzione fosse spesa verso coloro che quelle pensioni le hanno rilasciate,perché potrebbero essere quegli stessi dirigenti medici INPS che oggi vi dicono di indagare. Le commissioni mediche infatti mutano con una certa lentezza, almeno nelle loro componenti dirigenziali. L’assunto, brevissimo, è questo:nel caso dei due fratelli dichiarati ciechi nel 1988 ne sono passati ben25, devono essere stati visitati, la loro pratica accertata e inoltrata all’allora ministero erogante, quello del Tesoro. Una firma questi l’avranno dovuta mettere, e non per la firma in sé, ma per la più o meno capacità di inquadrare e tenere il rigo, e qualcuno li ha seguiti con lo sguardo…

Passiamo al secondo punto, cioè il fatto che questi non sono falsi ciechi per i deliri dei finanzieri inquirenti. Non si è falso cieco se usi internet, scatti foto e le condividi sui social, eviti un ostacolo, se spazzi, se cucini. Perché sennò io, sano portatore di due bellissime protesi oculari con iride dipinta a mano di color verde bosco, sarei il primo falso cieco. Poi se sia invalido o meno, se mi sento disabile o meno, è un altro paio di maniche,ma non sono falso cieco. Quindi i signori di Palermo sono falsi ciechi perché giocavano a carte senza toccarle e non perché giocavano a carte. Insomma, perché da ciechi non usavano il senso deputato a sostituire la vista: il tatto. Passatemi un’altra considerazione: siete, voi signori finanzieri inquirenti di Palermo, degli operatori che fanno male il loro mestiere. Si, perché avete per uno di questi falsi ciechi affermato che è tale in quanto titolare di un auto. Ma se è lo stato ad agevolarminell’acquisto di autovetture, anche se cieco, oltre che ai disabili tutti e addiritturaloro familiari, abbassandomi l’IVA dal 20% al 4%, esentandomi dal bollo; e diròdi più: alcune compagnie di assicurazione danno sconti a persone disabili titolarid’auto. Ma questo lo sapete? A no? Perché che non lo sappia colui che mi staleggendo, senza handicap e magari anche senza macchina, mi disturba poco, ma tuche devi incrociare i dati… insomma un po’ coglione lo sei…

Appurato che quelli di Palermo non sono ciechi assoluti, che i finanzieri inquirenti sono pagati dallo Stato per fare male il loro mestiere, che i medici non verranno mai toccati, che qualcuno su queste storie ci sta speculando e magari facendosi un po’ di sana carriera, veniamo alterzo punto, quello veramente più importante: i parametri, i criteri e le definizioni legate alla disabilità e all’invalidità. Il problema truffatori c’è, sia sul fronte “falsi” invalidi, sia su medici e funzionari corrotti, sia sull’omertà di chi sa e non parla. Prima di inoltrarmi nella questione, a proposito di quest’ultimo aspetto, volevo ricordare che a Taranto nel 2008 è stato scoperto un falso cieco che lavorava come centralinista nel locale carcere. Truffa perpetrata per 24 anni. Possibile mai che in un carcere, dico io… o complici, o omertosi, o in questo paese siam messi male….

Dicevamo, il problema falsi invalidi esiste, come esiste un problema “modernità” legato al concetto di disabilità. I riferimenti di legge più recenti che determinano i parametri risalgono a metà degli anni Novanta, quando il web e le tecnologie erano in fase preistorica; molti riferimenti normativi dedicati all’invalidità oltretutto risalgono ai decenni precedenti, quando il concetto di “differente abilità” era appena accennato e tutto era vissuto come un’eccezionalità, una quasi impossibilità, legata non alle condizioni economiche, no, ma a quelle personali. Si sa di ciechi elettricisti, ciechi impagliatori, ciechi professori e poi vennero i ciechi centralinisti. Se oggi ci sono ciechi ingegneri o ciechi imprenditori è il frutto della modernità, perché tecnologie e sviluppo del welfare ci hanno consentito di squarciare il velo di autoesclusione dalla vita lavorativa. Il problema è qui. E abbandoniamo i ciechi e la cecità. L’invalidità è considerata sulla base dell’incapacità al lavoro, quando questo del lavoro era un parametro fondamentale per determinare i rapporti sociali. Ora come ora, che il lavoro e le sue accezioni e definizioni sono in crisi sistemica postcapitalista, non si può ricondurre l’invalidità a quel solo parametro. Uno su tutti, nel mentre intervenuto, è la qualità della vita. L’invalidità poi è diversa dalla disabilità, ovvero il reale impedimento fisico o psichico. Non si possono legare l’invalidità e la disabilità ad un nodo stretto con i laci dellacapacità al lavoro e alla deambulazione, perché oggi, la deambulazione e la capacità a lavorare sono abbondantemente risolti come problemi da centinaia di “diavolerie moderne” che eliminano questi ostacoli: auto, robot, computer,sensori. Non sto farneticando, e chi conosce la domotica, ad esempio, lo sa bene. Quindi rimproverare ad una persona che è falsa cieca perché usa Facebook è proprio da ignoranti forti. Questi nodi vanno sciolti e dall’emergenza welfare si può giungere alla normalità delle vite solo tramite la presa di coscienza dello stato che non può lasciare a chiunque questa bega, perché moltidi coloro che indagano su questi fenomeni sono irriducibili ignoranti. E sono se non ignoranti, ben imbevuti di pregiudizi, anche quei funzionari e quei giudici che devono affrontare con le norme tali questioni. Sapete perché?Perché in Italia non esiste la “Cultura della diversità”,, men che meno la“cultura delle disabilità”, entrambe a fondamento della citata dichiarazione dell’ONU.

Per migliorare questo status quo occorrono i migliori dirigenti, burocrati, inquirenti. I migliori poliziotti e finanzieri. Adeguatamente aggiornati dalle parti in causa, che ascoltino il mondo dei veri disabili. Occorre insomma il medesimo atteggiamento che si è avuto per contrastare la mafia, che ha portato alla costituzione del D.I.A.; ecco, percontrastare i falsi invalidi e rimodulare dal punto di vista normativo la questione, servirebbe un Dipartimento Investigativo AntiTruffatore dei disabili. E lo auspico quanto prima, per le casse dello stato, ma ancor prima per la nostra dignità. Ricordando a tutti che qui si tratta, in un senso o nell’altro, di una questione di legalità, e noi italiani ne abbiamo veramente un gran bisogno.”.

NB: post scritto il 22/04/2013 a seguito della lettura di un articolo che raccontava le vicende sopra descritte, ma con un taglio per me vergognoso. Non giudico i fatti, ma il retropensiero. Larticolo era questo.

Parliamo di Futuro.

Per l’archivio storico di questo blog, che trovate sotto la categoria Memoria futura, vi propongo un post scritto nel marzo 2016, che ha in sé delle riflessioni molto attuali, sopratutto in tempo di Coronavirus; l’emergenza infatti ha ulteriormente oscurato sotto il profilo mediatico le effettive esigenze dei disabili e la necessità di parlare delle disabilità sotto una nuova veste, più moderna, più rispondente ai canoni della civiltà, come indicato dalla Costituzione repubblicana e dall’ONU nella Convenzione per i diritti delle persone con Disabilità del 2006. Il post che segue tra virgolette fu scritto a seguito di una serie di articoli pubblicati su varie testate a proposito delle nostre attività di allora, fatto che mi lusingava non poco, perché con l’impegno nel turismo accessibile assieme a Sonia riuscimmo a smuovere una sorta di cortina d’omertà generalizzata attorno alle disabilità nel Salento. Ma mi sentii di fare delle precisazioni sotto forma di ulteriori riflessioni, che di seguito vi sottopongo integralmente, ritenendole del tutto attuali ed utili perché parlando agli operatori dei Media mi rivolgevo in verità ad un intero tessuto sociale. Sapete com’è, parlare a suocera perché nuora intenda, ma a distanza di anni non hanno inteso, a mio avviso, né suocera né nuora. Buona lettura.

“Ovviamente non sono impermeabile a ciò che si muove in termini di comunicazione attorno a me, soprattutto se questo movimento riguarda la mia persona o le mie attività. Giusto anche per me ritengo associare il vecchio adagio “ognuno è artefice del proprio destino”, ma a volte mi sorprendo per il livello di feedback che si crea attorno, dando a questo “attorno” una connotazione di “liquidità”, dai toni e dai riflessi sempre diversi. Questa contorta premessa per ringraziare tutti quegli operatori dell’informazione e della comunicazione che in qualche modo hanno rivolto la loro attenzione alle nostre attività e/o al nostro modo di porre certe questioni. DI seguito alcune ulteriori riflessioni sulla Convenzione, che mi aiuta nel relazionarmi con voialtri, giornalisti e comunicatori, ricordandovi che al di là delle “coccole” e dei “complimenti!” degli amici, occorre sollevare certe leve e premere certi tasti per una Politica e una Società più mature e avanzate; qui un po’ di impegno e buona volontà è anche a carico vostro.

Responsabilità degli operatori dell’informazione e degli esperti di comunicazione, a mio personale avviso, è l’accentuare gli aspetti legati ai principi generali contenuti negli art. 3 e 4 della Convenzione dell’ONU sui diritti delle persone con Disabilità, svuotando ogni azione o attenzione da contenuti “emergenziali” o “pietistici”, adempiendo cioè alla propria funzione di “cane da guardia” della democrazia, considerando il fatto che le più moderne delle democrazie passa anche da questo disposto di civiltà, legge dello Stato italiano dal 2009 (l. 18, NDA); ora passerò ad argomentarvi il perché. Ovviamente mi sento pienamente coinvolto quando si tratta di aumentare il livello di consapevolezza attorno alle disabilità e valorizzarne i contributi rilevanti per il territorio e le comunità, come sancito nell’articolo 8; ma quanto affermato in quell’articolo è appunto la missione che tocca quotidianamente ad ogni operatore dell’informazione, chiamato a confrontarsi con questi temi, di una certa rilevanza per il nostro tessuto sociale; Affermo ciò proprio perché l’Italia probabilmente è sul livello di percezione che ha bisogno di recuperare il terreno perduto in trent’anni di gap culturale, quei trent’anni intercorsi tra il periodo di maggior produzione legislativa in merito ai diritti delle persone con disabilità, continuato pure oltre quel periodo (anni Settanta-Ottanta, NDA) e quando ci si è fermati per capire come andassero le cose, ed evidentemente è sorta la nemesi tra parole scritte e comportamenti adottati (grossomodo primo decennio degli anni Duemila, NDA). Siamo stati sempre i fuoriclasse, nell’espletare tutti i principi cardine; quando leggerete i primi 30 articoli della Convenzione, quelli più operativi, e cercherete riscontri nella nostra legislazione, vi salterà all’occhio come l’Italia a più o meno contribuito al 50% con la sua esperienza giuridica. Si, Giuridica appunto. Ma la sfida per tutti gli operatori dell’informazione e della comunicazione è racchiusa nell’articolo 21 della stessa Convenzione, completato in alcuni passaggi dell’art. 30, dove questo impegno per la dimensione futuribile è suddiviso in due livelli: da un lato garantire il maggior accesso possibile alle informazioni; qui forse qualcosa in Italia viene fatta, grazie al grande panorama di iniziative editoriali sul web, blog privati e canali specialistici di comunicazione (penso in primis a Superabile dell’INAIL, NDA). ma nella sfida è contemplata anche la possibilità di dare maggiore spazio e riservare sempre più frangenti considerevoli a talune tematiche o necessità di una fetta, che si voglia o no, in continua crescita nel tessuto sociale italiano; e se vista attraverso la lente a grandi maglie, quella della “disabilità” permanente o temporanea riguarda ormai fasce di popolazione vicine al 10%. Ovviamente non tutto si risolve dall’oggi al domani, e ovviamente non tutto ricade sulle spalle di giornalisti e comunicatori, ma evidentemente nella società ipertecnologica in cui viviamo, dove l’informazione è condivisa, globale, circolare e subitanea, evidentemente se certi temi non arrivano alla ribalta, al cuore, evidentemente qualcosa occorre fare, e ognuno ci deve mettere il suo. Il passaggio di livello sta dal ricondurre tali tematiche dagli aspetti esclusivamente “sociali” a questioni apertamente “politiche”, visto che non si parla solo di servizi alla persona, ma anche di questioni legate ai lavori pubblici, al diritto al lavoro, alla libertà di cura e di ricerca, al diritto di godere dei diritti fondamentali come dettati dall’art. 3 della Costituzione Italiana…

Se non è considerazione “Politica” questa? Chiudo questa trattazione invitando tutti coloro che si sentano spinti a garantire nel loro “tempo professionale” spazi che rispondano al rispetto dei dettati della Convenzione, proprio per abbattere gap culturali e disagi comunicativi legati all’immagine stereotipata della disabilità, a farlo perché occorre lavorare sul terreno della cultura, e lo si deve fare tutti, per smontare l’atteggiamento della grettezza pietistica che sottrae forze e giusta considerazione delle persone con esigenze speciali, disabili che dir si voglia, proprio perché da “soggetti svantaggiati della società” si passi alla piena considerazione di “risorsa per la società”, che in fin dei conti è un esercizio solo di percezione, considerando che attorno a noi, in Europa, questi gap sono grandemente superati senza necessariamente prevedere misure assistenziali, ma solo la giusta considerazione di esigenze e prospettive, di risorse da investire e di potenzialità da veicolare, così, naturalmente, come per qualunque altra categoria di cittadini che pienamente godono di tale status.”.

Questo post fu ispirato da articoli Che raccontavano la nostra realtà come questo

NB: articolo scritto il 22/03/2016.

Buoni cittadini e cattivi cittadini

Di seguito, per la striscia dedicata al vecchio blog sotto la categoria Memoria Futura, voglio riportarvi fedelmente un post scritto a proposito di un’attività riabilitativa svolta con Sonia, dove noi vestivamo gli abiti dei “terapisti”. Questa vicenda, che rispolvero con molta malinconia, racconta di tanti aspetti che costituiscono il vissuto di ognuno. Oggi poi, pensando ai decreti in”sicurezza” della bestia padana – e del non coraggio di questi immondi governanti di oggi nell’abrogarli -, mi fa molta rabbia, perché triste è la considerazione di quell’universo di realtà dedito all’integrazione dei migranti che è stato completamente demolito dall’inumanità che si fa potere. Le considerazioni alla fine del virgolettato, per la mia personale esperienza, valgono tutt’oggi a proposito di tante altre persone che hanno trovato in Italia il loro approdo, fuggendo da guerra, miseria e disumanità, risultando poi in questo Paese straniero nel ruolo di cittadini migliori degli autoctoni.

“Quando mi sono trovato, con Sonia, di fronte alla storia d Nhataniel Okafor, ho capito sin da subito che si trattava di una storia forte, una Storia di vita che aveva dei tratti comuni con tante altre storie di migrazione, ma anche qualcosa di straordinario. In novembre (novembre 2015, NDA) siamo stati appunto chiamati dal GUS (Gruppo di Umana Solidarietà, NDA) per intervenire in relazione al signore in questione, migrante di origine nigeriana, che nella sua peregrinazione emigratoria, si è imbattuta nel glaucoma, malattia oftalmica che non lascia scampo. Con una mentalità di ampio respiro, al GUS di Castri di Lecce, si sono chiesti come potesse quest’uomo maturo reagire alle vicende della vita, in quelle condizioni esistenziali. Nel nostro intervento pertanto abbiamo subito tenuto conto delle sue esigenze, ovvero quelle di un padre di famiglia che a tante migliaia di chilometri da casa, non ha molte alternative, se non andare avanti, comunque.

La sua forza d’animo ci ha profondamente colpiti, oltre alla sua educazione e al suo rispetto quasi disarmanti. Da qui poi è iniziato un percorso per step che oggi (primavera 2016, NDA), nella sua fase conclusiva, conduce Nathaniel ad una condizione di uomo “diverso”, consapevole certo del grave problema di vista al quale si sta avviando inesorabilmente, ma in grado con la sua forza d’animo ed equilibrio interiore di reagire. Di provarci appunto. Posso garantire che al di là delle azioni pratiche che abbiamo condotto, ci siamo resi conto che di fronte avevamo un “buon cittadino”, che merita tutto il sostegno e le azioni di welfare previste dal nostro ordinamento, perché non si è seduto nell’attesa di avere, ma si è messo in gioco e sono certo che saprà restituire, da “buon cittadino”, così come sta ricevendo. Ed è meritevole, il sig. Okafor, di ricevere presto lo status di cittadino italiano, perché lo merita. Più di tanti italiani “cattivi cittadini” che sparano a zero sui migranti. Lo merita più di tanti italiani “Cattivi cittadini” che ignorano sistematicamente i diritti delle persone con disabilità, compiendo piccoli e grandi gesti che rendono impossibile una piena inclusione sociale. Nathaniel Okafor è un “buon cittadino” perché ha saputo raccogliere la sfida della vita, la sua, mettendosi in gioco e preparandosi a restituire da persona che ha scelto di vivere in Italia per reagire alle brutture della vita che sinora ha dovuto vedere. Quindi lui meglio di altri potrà rinnovare la mentalità di un’Italia stanca, non più in grado di vedere nell’accoglienza e nella dimensione umana strumenti di rinnovamento sociale ed opportunità di crescita e sviluppo. Lui lo merita, più di altri, perché è, e resterà, “buon cittadino” non d’Italia o di Nigeria, ma del mondo.”.

Ringrazio a distanza di anni l’amico giornalista Andrea Aufieri per aver raccontato questa storia e la nostra esperienza in un articolo che potete leggere di seguito…

https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/lecce/736963/Le-tre-vite-di-Nathaniel-.html

P. S.: negli anni ho saputo che Nathaniel Okafor è ritornato in Nigeria, purtroppo l’Italia non si è dimostrato quel Paese accogliente ed inclusivo che tutti allora auspicavamo.

NB: post scritto il 18/4/2016

L’arrivo e l’accoglienza in un contesto urbano ricco di biodiversità ed umanità.

Quelli che seguono sono gli estratti di due articoli scritti al principio del nostro viaggio lampedusano del 2016, con i titoli “L’arrivo e l’accoglienza” – il primo – e “La dimensione urbana di Lampedusa” – il secondo -, dove si raccontavano vari aspetti dell’isola, ma soprattutto gli incontri carichi di umanità. Oggi (2020, NDA) voglio ritornare a ringraziare Paola e Melo per tutti gli stimoli che ci trasmisero all’epoca, che oggi ancora ci accompagnano e danno linfa alla voglia di ritornare che abbiamo a quelle latitudini.

Il primo post, scritto dopo la prima notte sull’isola, raccontava che “In questo viaggio le aspettative sono tante, riferite principalmente alla sua elaborazione mentale. Che Lampedusa troveremo? Quanto ci faremo coinvolgere? Come ci relazioneremo? domande che hanno trovato subito una risposta appena atterrati nella piccola porta D’Europa, ultimo lembo d’Italia. Paola e Melo, operatori turistici rintracciati tramite la Guida “Lampedusa” a cura di Ivana Rossi, edita da AltraEconomia (che potete vedere recensita qui),

http://viaggiwwfnature.it/3379-la-natura-selvaggia-di-lampedusa-un-viaggio-e-una-guida-per-scoprirla/

sono due persone inclini all’accoglienza.”.

Il B&B di Paola e Melo che ci ospitò, e spero che torni presto a farlo, è questo…

http://www.paolaemelo.it/main/home.jsp

Ma riprendiamo quel racconto: “Isolani di adozione, hanno stabilito in questa scheggia di terra nel Mare Nostrum di stabilirsi e vivere. Persone molto attente anche nel coinvolgimento rispetto alle dinamiche che succedono man mano. L’approccio è stato di quelli che non ti aspetti, per vari motivi. Il Mare, ovviamente, non aveva bisogno di essere presentato. Ma ci ha lasciato subito perplessi invece la condizione delle coste, quando loro stessi ci hanno riferito che in questo periodo dell’anno (aprile 2016, primavera, NDA), nel quale l’Isola esprime la sua essenza di meta turistica slow, i litorali invece sono sporchi e la pulizia autentica tarderà da venire. Si tratta per lo più di Posidonia, ma non mancano le tracce di quell’umanità abbruttita, che oltre a consumare, e magari anche male, si ritrova poi ad usare il mare come grande immondezzaio, che nei giorni di levante a Cala Pisana restituisce tutto. Abbiamo preso poi tutte le informazioni per osservare l’isola anche dal di dentro, scoprendo con gran piacere che sono in corso in questi giorni attività di catalogazione della biodiversità, e cercheremo  di rendervi conto anche di tale attività, con qualche impressione, legata chiaramente anche a questa importante operazione di tutela della biodiversità isolana. Poi i lampedusani. La gente incline alla gentilezza, quella poca incontrata in un pomeriggio festivo che vedeva una comunità sonnecchiosa. Ovviamente si sa, non sempre i tempi di turisti e locali coincidono, non per lo meno il primo giorno. Ma da quel piccolo assaggio della Comunità, perso tra un cocktail di frutta e la crema di pistacchio, seduti in via Roma tra discorsi legati alla solidarietà e alla capacità di adattarsi di quest’isola a ciò che accade attorno, possiamo dire che è un’isola che in qualche modo si presta ad accogliere. Nello stesso pomeriggio poi abbiamo scoperto, rapidamente rispetto ai tempi che credevamo, quanto quest’isola sia ineluttabilmente legata alle lotte dell’emigrazione disperata dalla vicina, vicinissima, Africa. Infatti tra gli incontri particolari del primo giorno abbiamo incrociato l’esistenza di C, nell’isola per raccogliere informazioni, osservare e dare una mano in relazione alle dinamiche migratorie e agli arrivi. Non una giornalista, bensì una donna che dal profondo Nord si è spinta nell’estremo Sud per capire come e cosa fare per alleviare le sofferenze per chi vede solo nella fuga la possibilità di ritornare ad esistere. Ieri sera (25-04-2015, NDA), infatti, attorno alle 21:30 c’è stato uno sbarco, di quelli programmati ovvio, gente già salvata in mare che per la primissima accoglienza viene condotta qui. Un altro è previsto oggi, e poi chissà. Incroceremo per quanto possibile anche noi questi destini in fuga, cercando di dare, ma da quello che abbiamo capito “dare” nel senso più alto del termine, non è facile. In effetti ciò che ci colpisce è l’impossibilità di poter dare, per la cortina di burocrazia che anche in questo lembo di terra, in perfetto stile italiano, si crea tra chi necessita e chi desidera dare solidarietà.”.

Il secondo post ci restituisce un viaggio nella comunità e nel suo contesto urbano, che iniziava con queste riflessioni: “Se esiste una dimensione urbana, di fatto ci sarà una dimensione extra urbana. Ovvio. Quindi entriamo nel secondo aspetto, quello riferito all’ecosistema di Lampedusa. Un’isola, appunto, piccolo approdo all’estremo sud d’Europa, che geograficamente è Africa. Un’isola piccola, certo, ma che ha una sua struttura urbana. E se con la solita sufficienza pensiamo ad un borgo, un piccolo centro, dove null’altro può esserci se non solo l’approccio slow alla vita, dobbiamo in parte ricrederci perché in verità a delle sue problematiche, legate per esempio all’approvvigionamento di ortaggi e verdure. Come ogni contesto urbano dove si presenta questa sfida, anche a Lampedusa ci sono degli orti urbani. Paola ci propone di partecipare ad un incontro di un progetto di Orti urbani. A Lampedusa? Si, perché no? C’è l’esigenza, c’è l’utenza, c’è il luogo. Il progetto nasce con l’intento di dare una possibilità ai lampedusani di poter tutelare e curare un pezzo del territorio, in pieno centro, nei pressi di Piazza Brignone. Ma anche di dare la possibilità di procurarsi prodotti che, se a volte simbolicamente, coprono il fabbisogno dei cittadini, soprattutto in termini di soddisfazione, ma anche in termini di nutrimento. Sul luogo mi soffermerò tra poco, ora due parole sull’esperienza. Il progetto nasce dall’incontro di “Terra!” onlus e Lega Ambiente. Vengono coinvolti gruppi di amici, un centro diurno di riabilitazione di utenti con problemi psichiatrici (altro aspetto che sarà trattato a breve, anche se solo in accenno), e, le più adorabili ed efficaci, le “mamme lampedusane”, invidiate per i risultati dell’orto… Amuri de matri! L’incontro del giorno è con M., appassionato di botanica del Nord, che tiene un seminario di confronto e incontro sulle piante eduli. I presenti sono tutti molto interessati e attivi, sia nel recepire le informazioni di M., ma anche nel confrontarsi tra loro, in un dialogo intergenerazionale, sugli usi di queste piante, parte preziosa della biodiversità lampedusana; il confronto è dominato dalle ricette della signora Anna, autentico salvadanaio di memoria per usi e nomi delle piante descritte dal botanico. Come accennavo, tra le varie realtà degli orti urbani, ci sono gli utenti del centro diurno che ha in carico la riabilitazione dei lampedusani con problemi psichiatrici. Non sono tanti, ma nemmeno pochi. Il centro risulta, con questa ed altre attività, un’alternativa ad una vita in penombra, che come sappiamo è una questione aperta un po’ ovunque nel nostro Bel Paese, al sud in particolare. Esiste anche qui un sentimento di “vergogna”, ci spiega M., che è stato difficile da scardinare. Ma i risultati ci sono tutti, e l’orto ne è testimonianza, dandoci da mangiare, alimentando il pranzo settimanale in struttura con gli utenti. Da da “vivere”, perché si organizzano dei mercatini solidali nei periodi di raccolto, anche se il “collocamento mirato” non è di fatto possibile in questo contesto socio-territoriale. La solidarietà, già, elemento che emerge sempre a proposito di migranti. Ma la solidarietà tra lampedusani c’è? Si, ci spiega M., di fatto si. Non è stato facile all’inizio della loro attività, ci informa, ma l’isola si presta comunque al volontariato e al mutuo aiuto, e la solidarietà non manca, manifestandosi di frequente. Forse è l’inclusione a mancare, sottolinea, come d’altronde nel resto del Paese. Quei processi di inclusione che dovrebbero essere scontati, alla luce di tante dinamiche e norme (Convenzione in testa), ma che fatica a realizzarsi in un corpo sociale sopito e indifferente come il nostro. E ovviamente accade anche qui, piccolo punto nel mare magnum. Forse non te lo aspetti nel caso di Lampedusa, dove l’immagine è pervasa da un alone di buonismo, nel crederla assolutamente solidale come comunità. Invece no, si fatica anche qui. Qui anche si manifestano quelle distorsioni culturali.

Ma chiudiamo con un accenno sulla location degli orti urbani di Lampedusa; il luogo, riguarda di fatto il recupero di questo appezzamento di terra nei pressi di piazza Brignone. Infatti il progetto si sviluppa nell’area archeologica dell’isola, in pieno contesto urbano. Quest’area archeologica è stata considerata sempre di scarsa importanza, quindi era diventata di fatto una specie di discarica. Il progetto ha avuto chiaramente il primario obiettivo di recuperarla, dandole un nuovo senso, manutenendo di fatto anche l’attiguo scavo. Ma ci chiediamo: per quanto scarsamente importante per la scienza può essere, per l’isola non ha nessun senso? Non crediamo che ciò sia possibile, quindi ci lascia profondamente perplessi il fatto che a nessun amministratore venga in mente di chiedere approfondimenti alla sovraintendenza di riferimento o allestire una sorta di studio per la conservazione della “memoria”, rappresentata ovviamente da quei pochissimi resti donati dagli scavi. Nessuna testimonianza della Storia è di scarsa importanza, se importanza hanno anche i resti di un incendio domestico.”.

P. S.: L’origine dell’esperienza degli orti comunitari a Lampedusa sono presentati da Paola, la proprietaria del B&b citato negli articoli, in questo post del 2014

Gli orti comunitari di Lampedusa

Quell’esperienza poi ha portato a questa recente evoluzione…

https://www.balarm.it/news/a-lampedusa-la-prima-coop-agricola-sociale-tra-orti-urbani-e-sementi-delle-pelagie-117509

Noi, nel mentre, sogniamo di ritornare sull’isola Porta d’Europa…

NB: articoli scritti il 26 e 27 aprile 2016.

Il valore dell’articolo 3

Cerimonia di consegna delle onorificenze del 5/3/19 @Quirinale

Avvertenza ai naviganti: nulla da aggiungere a questo post, scritto in coincidenza dell’assegnazione delle onorificenze della Repubblica del 2018 da parte di Mattarella. Ricordo, solo con grande piacere, la frase emblematica dell’autentica meridionalità, forse della vera italianità di una, di loro, Maria Rosaria Coppola, legata ad un episodio di cronaca molto noto all’epoca: “tu nu si razzista, tu si strunz”. Buona lettura.

“La Costituzione italiana, questa sconosciuta,  è uno scrigno di possibilità per affermare la natura inclusiva della nostra Repubblica. Uno dei mezzi messi a disposizione delle istituzioni è enunciato nell’ultimo comma dell’art. 87 della Carta, dove si afferma che il Presidente della Repubblica, con gesto autonomo, può conferire onorificenze. Queste, di solito, non hanno un carattere politico, anzi, sono sempre assegnate sulla base di meriti, di onorabilità per le proprie azioni, per gesti quotidiani e/o straordinari che fungono da esempio per tutta la comunità, a prescindere se compiute in Italia da italiani o stranieri, o se compiuti in Italia o all’estero da italiani.

Quelle assegnate il 29 dicembre 2018 hanno un sapore particolare, perché sembrano uno strumento adoperato dal Presidente Mattarella (che giova ricordare essere uomo delle istituzioni e in prima linea per la lotta alle mafie) per ribadire che la natura antirazzista e antifascista, inclusiva e solidale della Repubblica italiana sono caratteri che rimarcano quella che è l’indole vera del popolo italiano. In questa occasione si ribadiscono alcuni tratti fondamentali che val la pena sottolineare, in correlazione con ciò che accade oggi nel Paese, e alla fine riporto un elenco, seguendo il filo logico degli ambiti come di seguito individuati, con una sommaria indicazione geografica, proprio per dimostrare come siano motivazioni che corrono lungo tutto lo stivale quelle valutate da Mattarella come meritevoli di encomio ed essere risaltate con l’assegnazione di queste onorificenze, assegnate poi il 5 Marzo 2019 (NDA), come documentato qui.

https://www.quirinale.it/elementi/23626

Mi preme sottolineare che nell’elenco finale sono riportati nomi e cognomi, regione dove si è svolta l’azione o dove l’autore risiede, ma è importante notare che vi sono stranieri, italiani che hanno esercitato tali meriti all’estero, religiosi, giovani ed anziani, uomini e donne che hanno saputo dare il meglio alla Comunità, alla Repubblica, e da essa giustamente ricevono riconoscimento, permettendoci di prendere esempio da loro per la nostra, umile, quotidianità. Mi scuso per eventuali errori di battitura nei cognomi.

Il Presidente, in un’epoca in cui l’art. 3 viene posto in seria discussione dalla pratica discriminatoria, ha voluto premiare chi veicola i diritti delle persone con disabilità; ma il senso di comunità è un altro tratto importante, dove sono state premiate persone che lottano continuamente contro le esclusioni sociali, ad ogni livello, e chi si è straordinariamente impegnato per gli altri, anche in situazioni di estremo pericolo o disagio.

Un altro tratto che mi preme sottolineare è la solidarietà verso la sofferenza, che denota la necessità per sentirsi parte della comunità repubblicana di non abbandonare nessuno, nemmeno nelle situazioni più gravose per l’esistenza di ogni persona; ciò avviene promuovendo la donazione di organi e tessuti, ma anche sostenendo propri dipendenti che attraversano la malattia dei propri cari con dignità. In mezzo a questi due estremi il mare magnum dell’umanità del quale il popolo italiano è capace, se lo vuole. Quell’empatia che spinge anche medici ad operare per le malattie più comuni e dannose per la salute umana anche nei posti più abbandonati del mondo, dove non esiste solo la povertà, ma anche la sofferenza per il cancro.

In un’epoca dove la conoscenza, la competenza e la cultura sono bistrattate da parte delle istituzioni repubblicane, ovviamente il Presidente Mattarella ha voluto difenderne l’importanza civica premiando il loro valore aggiunto, la loro funzione fondamentale, soprattutto al Sud.

  Per la difesa delle donne, a livello emblematico, è stato riconosciuto il gesto “eroico” di uno straniero in terra di Calabria e questo, se mi permettete, è il trait d’union per la premiazione a tutti coloro che si sono impegnati e si impegnano per una Repubblica antirazzista ed inclusiva, iscritta chiaramente nel sopra citato, mai compiuto del tutto, articolo 3 della Costituzione. 

Altro simbolo di questa giornata è la premiazione di una donna, straniera, che a Roma ha difeso i valori della legalità e della giustizia sociale difendendo il proprio sforzo e la propria posizione dagli attacchi di chi vorrebbe il caos dell’illegalità sovrano, gesto che spesso manca (per codardia) a tanti italiani.

Ma il culmine, che sui social e non solo è risaltato senza particolare aiuto, è la premiazione all’emblema della normalità. Sessantenne, donna, massaia, affranta dalla propria quotidianità fatta di gesti semplici e straordinari, Maria Rosaria Coppola è colei che rappresenta la ragione, la normalità, l’ovvio. Con poche parole, semplici ed umili (anche colorite se vogliamo) ha riassunto, difendendo uno straniero, vessato dalle fatiche di un lavoro malpagato e dall’idiozia di alcuni, quella che è l’essenza della Carta repubblicana. Ovvero che in Italia non esiste margine per il razzismo, per l’esclusione sociale. Perchè non esiste razzismo che tenga ma solo l’idiozia di fondo di un odio cieco che nasce dalla propria frustrazione. “Tu nu si razzista, tu si nu strunz” è il manifesto per affermare che il razzismo non esiste come filosofia di vita, ma solo come incapacità a non riconoscere il valore negli altri, atteggiamento che nasce dal demerito che ogni presunto “razzista” si porta dietro nella propria esistenza, spesso vuota e priva di solidarietà, senso di comunità, amore.

Vi invito ad approfondire le biografie e le azioni di questi insigni cittadine e cittadini, perchè il 2019 sia un anno migliore per ogni italiano sull’esempio di questi uomini e queste donne, questi giovani e queste anziane che ci ricordano che l’art. 3 è il cuore dell’italia democratica e repubblicana.

I nomi sono: Carlo Vettorato (Val d’Aosta); Igor Trocchia, Carmen Reveles, Ilaria Galbusera, Germana Giacomelli (Lombardia); Irma Da Armellina, Renzo Zocca (Veneto); Roberto Crippa e Luisa Ficchione (Trentino); Davide Monticolo (Friuli Venezia Giulia); Roberto Morgantini (Emilia Romagna); Milo Matogini e Simonetta Stefanini, Jacopo Melio (Toscana); Rosella Tonti (Umbria); Annalisa Umbertoni, Aldo Chiavari (Marche); Maria Tiziana Andriani, Rebecca Spitzmiller, Roxana Rumen, Marco Minzolo, Vincenzo Castelli(Lazio); Maria Rosaria Coppola (Campania), Elvira Tutolo (Molise); Marco Ranieri, Riccardo Muci, Roberta Leporati (Puglia);; Antonio Lacava (Basilicata); Mustafà Auodi (calabria); Vito Massimo Catania (Sicilia); Massimiliano Sechi, Claudio Madau, Fabio Caramel (Sardegna)

Buon 2019 a loro e a noi per saperne cogliere l’esempio.”.

NB: articolo scritto il 30/12/2018

il welfare italiano vessato tra errori legislativi e immobilismo

Avvertenza ai naviganti: continua, in Memoria futura, la categoria di questo blog che raccoglie vecchi interventi scritti in epoche più o meno lontane, la pubblicazione dei post dell’estate 2018. Di seguito, tra virgolette, una riflessione sul welfare italiano alla luce di quello che allora fu chiamato “decreto dignità”, ma che in quel luglio 2018 mi costò un po’ di fatica in alcune ricerche al fine di smontarne l’utilità e l’efficacia sin dalle fondamenta. Molte riflessioni restano ancora valide e sono presenti ex post nel P. S. a quest’articolo, scritto nel 2020.

“Cos’è concretamente il welfare? porsi una domanda sulle definizioni è utile, perché le questioni vanno comprese sino in fondo, anche se mi resta la convinzione che basta guardare la concretezza delle cose e tutti sono poi in grado di comprendere. Il welfare è tutto l’insieme di strumenti volti alla risoluzione delle problematiche di persone con difficoltà o soggetti svantaggiati, che di norma ricade (in ossequio all’art. 3 ed altri della Costituzione) sullo Stato, ma negli ultimi anni se ne vedono nuove forme, dove l’intervento dei privati in questo frastagliato panorama risulta ormai una costante imprescindibile per la garanzia di servizi.

Pensate alle associazioni per disabili, centri diurni, servizi per anziani e bambini. Ecco, queste sono le questioni poste. La Politica chiaramente deve governare a livello centrale questo, come tutti gli altri fenomeni sociali. Fenomeni che, ribadisco con nettezza, fanno riferimento a settori vivi della nostra economia, quella detta del terziario.

Dunque il sig. ministro cialtrone Di Maio (all’epoca Ministro dello Sviluppo Economica e del lavoro, NDA) si ritrova a scribacchiare quattro puttanate in un decreto, dandogli la definizione di “dignità”, parola che evidentemente a lui non deve essere ben chiara. Due parole sulla questione decreto.

Dico del sig. Di Maio di essere cialtrone, perchè dovrebbe sapere che la decretazione d’urgenza nel formato D.L. (decreto legge) necessita di alcune caratteristiche particolari, come l’urgenza, appunto, motivo per il quale questo atto per due mesi mantiene intatta la sua forza di legge, nell’attesa che il Parlamento si esprima in merito alla sorte del suddetto decreto. Ora, il sig. cialtrone Di Maio e il suo entourage dovrebbero spiegare agli italiani cosa c’è di urgente nella decretazione sui contratti di lavoro, con riferimento al lavoro domestico e di sostegno alle persone. Attendo risposte che non verranno. Premetto, a scanso di equivoci, che legiferare tramite la decretazione d’urgenza è uno strumento che ho sconfessato anche durante i governi Berlusconi e Renzi, proprio perché manifestano la debolezza politica degli attori proponenti e sminuiscono il ruolo del Parlamento, spesso sotto mira della questione di fiducia posta durante l’iter nelle camere del decreto proposto. Capite perché Di Maio oltre ad essere cialtrone è anche vile? ha scritto per scrivere, perché doveva far vedere che lui decretava… Taccio, che è meglio.

Passiamo al nocciolo della questione. Siamo in piena estate, momento dell’anno in cui il welfare va fortemente in crisi perché molte strutture chiudono, perchè ci sono le ferie, perchè il peso di una società che sta invecchiando viene scaricato sotto la calura delle nostre città, relegata al silenzio. In questo frangente molte famiglie rinnovano contratti, dispongono soluzioni, insomma si avvalgono delle collaborazioni familiari, anche per godersi quel minimo di ferie, diritto legittimo e irrinunciabile per Costituzione. Parliamo, stando alle cifre del lavoro domestico regolarizzato, di un contesto che riguarda quasi un milione di famiglie, contando quelle che tra bambini, disabili gravi e anziani usano questo strumento per tenere alto lo standard di qualità della vita dei propri congiunti.

Dov’è il trait d’union tra tutto ciò? Il decreto del sig. cialtrone Di Maio è immediatamente applicabile, sino al termine di 60 giorni previsti per legge, ovvero sino al termine dell’iter parlamentare. Quindi moltissime famiglie si sono ritrovate a dover gestire dai primi giorni di luglio un aumento nei costi di rinnovo e mantenimento del lavoro di collaborazione familiare e aiuto alle persone non autosufficienti, considerando che molte famiglie si avvalgono di questi strumenti a chiamata, oppure con contratti part-time. Anche perché si sa, chi presta servizio in una casa lo presta almeno in tre.

Lui che fa, con urgenza, per governare una questione strutturale? rende più costosi il rinnovo dei contratti a termine ma, anziché individuare e colpire le storture nell’industria, nel turismo e nell’artigianato (dove invece vuole introdurre nuovamente i tagliandini a prestazione), colpisce le famiglie, dove il lavoro di collaborazione e assistenza alle persone doveva essere escluso proprio per le sue caratteristiche particolari, ovvero la repentinità di cambio delle circostanze e degli equilibri tra datore di lavoro e prestatore d’opera. Un genio insomma.

Contiamo quindi, tra anziani, collaborazioni familiari, malati di Alzeimer e disabili gravi non autosufficienti un milione (e la stima va veramente a ribasso) di posti di lavoro che da domani costeranno di più, facendo gravare una cifra importante di molte decine di milioni di euro su di loro, anzichè a loro destinarli. Robe da pazzi!

Considerando che molte di queste famiglie si avvalgono di assistenti personali per anziani e disabili, sarei curioso di sapere che cosa pensa l’altro cialtrone travestito da ministro, il sig. Lorenzo Fontana )all’epoca a capo del Ministero per la Famiglia e la Disabilità, poi ridenominato Ministero per la Famiglia, NDA), proprio in virtù del fatto che questi aspetti del welfare ricadono nelle sue competenze.

In bocca al lupo a tutti, augurandoci di non avere mai bisogno dell’aiuto di altri per vivere degnamente, altrimenti la dignità di quel decreto ce lo farà costare caro!”.

P. S.: alla luce del Coronavirus, potete leggere la richiesta al Governo di queste settimane da parte del mondo del terzo setore nel post che segue, dove però emergono i tratti di un welfare in sofferenza per carenza strutturale di interventi della politica.

http://www.vita.it/it/article/2020/04/01/terzo-settore-fiaschi-un-fondo-nazionale-per-ripartire/154796/

Inoltre, molte problematiche sono ancora vive e mal vissute dal mondo del terzo settore. Alcune istanze potete rintracciarle anche in quest’altro mio post, successivo a questo, dove si poneva alla platea politica un certo tipo di considerazione del mondo della disabilità, della terza età, dell’infanzia.

https://oppostevisioni.wordpress.com/2020/04/30/la-politica-per-i-malati-disabili-anziani/

NB: articolo pubblicato il 22/7/2018