IL MITO DI PAOLO ROSSI DI CHI NON LO VIDE GIOCARE: LA VITTORIA MUNDIAL CON GLI OCCHI DI BAMBINO

Il pezzo di Giuseppe Manzo, preciso, restituisce lo stato d’animo e l’emozione di una generazione. Uno del ‘79.

Giuseppe Manzo – Per chi è nato nel 1979 il mondiale ’82 di Spagna non lo ha vissuto dal vivo. Ne ha vissuto, però, il mito costante da bambino, dai …

IL MITO DI PAOLO ROSSI DI CHI NON LO VIDE GIOCARE: LA VITTORIA MUNDIAL CON GLI OCCHI DI BAMBINO

L’amnistia Togliatti. La mancata Norimberga italiana: un colpo di spugna

Casualmente, per tutt’altro motivo, ieri rilanciavo

ed oggi vi propongo un articolo su Palmiro Togliatti, non nella veste di compagno di vita della prima presidentessa della camera dei deputati, bensì come uomo politico responsabile del ministero degli interni nella delicata fase di passaggio e transizione dal fascismo alla Repubblica democratica.bensì come uomo politico responsabile del ministero degli interni nella delicata fase di passaggio e transizione dal fascismo alla Repubblica democratica. Alla vostra sensibilità personale domando ogni valutazione sugli accadimenti come descritti nell’articolo che segue, ma la più generale osservazione che ancora oggi paghiamo le conseguenze della decisione di allora mi sembra evidente sotto gli occhi di tutti. Buona lettura

Esterno, campo lungo, carrellata sul Palazzo Ducale e sulla Cattedrale – che permettono di riconoscere il centro storico di Ferrara –, quindi sui …

L’amnistia Togliatti. La mancata Norimberga italiana: un colpo di spugna

Inopportunità del proibizionismo. Parte 2: lo Stato distratto.

Per la categoria Memoria futura, completo il discorso avviato ieri con il secondo dei due articoli

di qualche anno fa sulla cannabis come pianta versatile dal punto di vista economico e l’inopportunità del proibizionismo. Si è tornati a parlare nuovamente anche in Italia della “Legalizzazione” della cannabis, grazie anche alla campagna #IoColtivo, specialmente per gli usi terapeutici e ricreativi. Dibattito che ovviamente parte monco, proprio perché c’è attorno l’affannarsi sfrenato di opinioni discordanti. Ovviamente sull’altare della comunicazione (soprattutto televisiva, giornalistica in genere) viene sacrificata la profondità della questione che, per quanto possibile, cercherò di approfondire in questo blog; si rende però necessario dare delle premesse, e nel recupero dell’archivio ribadire certi concetti, sempre verdi anche se datati, non è mai male. Mi riprometto di dare poi anche la prospettiva esatta del nostro 2020.

Nel secondo articolo, dopo quello pubblicato ieri, dal titolo originario “Legalizzazione Cannabis: chissà…“ affronto la questione dal punto di vista economico e, soprattutto, dell’opportunità anche per lo Stato derivante da una piena liberalizzazione e legalizzazione di questa pianta. Partivo dall’osservazione di due casi di cronaca estera di allora: la regolamentazione di uso e vendita in Paraguay e nello stato USA del Colorado. Nel gennaio 2014 scrivevo questo:

“Parto con due dati oggettivi, questioni che hanno dato il via alla riconsiderazione della questione anche da noi: il Paraguay ne controllerà la produzione e la vendita ad uso terapeutico, il Colorado ha commutato la legalizzazione ad uso terapeutico in depenalizzazione ad uso ricreativo, il che vuol dire costituzione anche di shop autorizzati per la produzione e vendita. Sono due dati di fatto del pragmatismo con il quale in queste realtà, ma anche altre, si è affrontata la questione. Voi mi direte: e il dato di fatto dov’è? nella presa di coscienza di queste due realtà territoriali e amministrative che è l’indotto della stessa cannabis a creare ricchezza per il pubblico. Se viene appunto concessa, parimenti agli psicofarmaci, alcool e tabacco – aggiungerei anche il gioco d’azzardo -, una finestra di legalità per gli elementi più controversi (l’effetto psicotropo), si può ricavare ricchezza per l’intera filiera della stessa canapa. In Paraguay ovviamente hanno statalizzato e salvo defaiances strutturali lo Stato ne trarrà beneficio. Ciò avviene anche in Canada e Olanda e non da ora. In Colorado, in più, si è creato l’indotto per via delle licenze che occorrerà avere per tali attività, che vuol dire introiti per il pubblico. Intuendo la mentalità americana non credo verranno meno al reinvestire tali risorse verso centri di ricerca che possano implementare la chiarezza attorno ai vari usi della pianta più odiata ed amata al mondo. E noi? Noi siamo italiani. Ci affanniamo dietro alla considerazione che sarà un male per la società. Che ci saranno fattoni, che ci sarà tensione sociale. Che sarà la Sinistra a godere di tale atto. Che quei drogati che la usano potranno devastare le città. Che Gesù si offenderà con noi, che l’eterna Balena Bianca promette il disastro umanitario in tal caso. Gli effetti terapeutici poi… non sono provati! cazzate. Se stiamo a discutere della questione solo sotto l’aspetto carcerario (liberare posti nelle patrie galere ormai al collasso), se la riconduciamo con la mentalità criminale nell’alveo del discorso sul come trattare i piccoli spacciatori, se la poniamo solo e sempre come “legalizzazione” e come “emergenza” siamo al punto di partenza. La cannabis va legalizzata per sottrarre risorse fresche alla mafia e simili. Va resa libera per poter ricondurre sotto la sua presenza una seria progettazione industriale e politiche di sviluppo economico. Va normalizzata perché è giusto che chiunque, come me, ne faccia uso per cura, relax o socializzazione. E’ giusto che ci siano controlli, limiti, canali ufficiali di certificazione per la vendita qualora fosse contemplata la commercializzazione delle inflorescenze. Ma soprattutto va strutturato un pieno reintegro nel panorama produttivo nazionaleE perchè? perchè sarà lo Stato il primo a trarne beneficio, ovvero noi. . La cannabis è utile al tessile (settore in crisi), all’edilizia (settore in crisi), all’agroalimentare (settore in crisi), all’approvvigionamento energetico (settore in crisi), alla produzione di materiali innovativi e avanzati tecnologicamente (settore in crisi), alla produzione farmaceutica e delle panacee (settore in crisi). Dunque, quando c’è crisi e si presenta la soluzione, personalmente ritengo che ci poniamo come gli idioti, a forza di guardare il dito quando ci viene indicata la luna. Il dito è rappresentato dal tabù culturale che oramai, superato dai primi killer storici della cannabis, perché lo dobbiamo tenere noi? se gli USA sono pronti a rivedere questa macchia della storia, quest’errore strategico, perché noi dobbiamo fare la parte degli integralisti? ritengo che tutto vada spiegato con chiarezza, che si attivino strutture per uno studio sistemico sulla normalizzazione come da me intesa e che i politici e i tecnici parlino con le persone. Ricordo ancora lo sbigottimento di quell’anziano zio delle mie amiche pesaresi, quando facendomi vedere il tesoro della cantina di famiglia, nel casolare di campagna, disse: non capisco perchè l’hanno fatto, perchè hanno detto che è veleno… bo? a che si riferiva? ad un telaio per l’intessitura di canapa e alcuni fili, lì appesi dagli anni sessanta, che sotto le dita erano seta. Lui si chiedeva perchè è stata vietata una pianta che serviva un tempo per la sussistenza di interi territori. Io ricarico: perchè vietare l’uso di una pianta che può rilanciare in toto la nostra economia, canne comprese?”. 

NB: articolo scritto il 16-01-2014

Inopportunità del proibizionismo. Parte 1: esempi di impiego della cannabis

Continuiamo da Memoria futura il percorso di rilancio degli articoli dedicati alla questione cannabis e alla sua legalizzazione; oggi vi propongo il primo di due articoli del periodo 2013-2014, nei quali riportavo l’esemplificazione sotto vari aspetti dell’opportunità di depenalizzare e liberalizzare completamente la coltivazione e l’uso della Cannabis, in tutte le sue sfaccettature, ricreativa compresa. Nel primo del 2013, in un articolo dallo stesso titolo dato a questo, e da me usato anche per il prossimo, ponevo l’accento sugli esempi concreti che rendono evidente la necessità, l’opportunità se volete, di una piena legalizzazione. Questo umile contributo aveva il compito di aggiungere ulteriore delazione al proibizionismo verso una delle piante più bistrattate al mondo. Nel lontano 2013 erano queste le osservazioni:

“Sorprende che, ad eccezione di alcuni paesi europei di cultura protestante, è dagli Stati Uniti che proviene in questi ultimi mesi la maggiore spinta antiproibizionista, proprio da dove nel 1937 iniziò la campagna denigratoria con il Marijuana Tax Act, che condizionò anche politiche di singoli stati durante i periodi di occupazione militare americana a seguito del secondo conflitto mondiale, come in Giappone (legge proibizionista imposta nel 1948). Dagli anni Cinquanta in poi, a causa anche dell’intervento dell’ONU, la pianta trovò pieno posto nelle politiche proibizioniste di quasi tutto il pianeta. Questo atteggiamento “scorretto” dell’ONU verso la Canapa si concretizzò definitivamente nel 1961 con la convenzione unica sulla proibizione dei narcotici. Avverto i lettori che l’articolo è una sintesi di varie letture effettuate sulla rete, non è imprecisa, ma costituisce appunto un lavoro di sintesi. Ma cerchiamo di descrivere una sorta di percorso dei suoi utilizzi contemporanei.

La Canapa indiana o cannabis è una delle piante che ha inizialmente visto la sua piena utilizzazione nello sfruttamento della biomassa, ovvero capacità di creare energia a partire dalla struttura vegetale. Non è leggenda. Da molto si parla di introdurre sul mercato dei carburanti il biodisel e il metanolo, che però spesso sono tratti da piante che dovrebbero essere di uso esclusivo della produzione alimentare, come la barbabietola da zucchero e il mais. Inoltre la resa di queste piante resta comunque bassa, tant’è vero che il biocarburante prodotto viene utilizzato come miscela per alimentazione mista. Inoltre spesso viene impiegato materiale derivante dalla silvicultura o da scarti della lavorazione del legno o della carta. La cannabis permetterebbe alte rese e produzione di olio altamente combustibile, che potrebbe sostituire combustibili fossili in toto per piccoli motori, e per motori più importanti dal punto di vista della resa sarebbe il combustibile fossile ad essere usato come taglio, per garantire la quantità di ottani necessari al funzionamento di quelle determinate tecnologie di motori. Tutto questo non incidendo minimamente sulle altre biodiversità e riducendo, quasi annullando, l’emissione di quelle sostanze inquinanti tipiche della combustione di carburanti fossili. Se fu addirittura lo stesso Rudolph Diesel a suggerirne, nel 1895, l’utilizzo come propulsore energetico del motore da egli progettato, è tutto dire. La motivazione?Illimitato approvvigionamento a livello mondiale! Perché non tornare al progetto di Harry Ford degli anni Trenta del Novecento, ovvero costruire un’autovettura completamente derivante dalla canapa compreso il , combustibile? I semi di canapa decorticati inoltre contengono numerose sostanze nutritive, che garantiscono al nostro organismo amminoacidi e acidi grassi essenziali. Per millenni è stata usata nella produzione di farine alimentari, ma dall’avvento del proibizionismo su scala mondiale si è privata l’umanità di uno dei nutrimenti vegetali più abbondanti e salutari. Gli esseri umani utilizzano la cannabis fin dal Neolitico. Da allora ad oggi questa pianta ha conosciuto una grande varietà di utilizzi, incluso quello terapeutico legato alle sue proprietà analgesiche, sedative e miorilassanti. I suoi principi attivi più noti, THC e CBC, causa delle politiche proibizioniste, facilmente isolabili dalle piante, presenti in caso di inflorescenza e resinatura, hanno note proprietà di cura per molti fastidi, come insonnia, dolori e inappetenza,; negli ultimi decenni, grazie a pioneristiche e sempre più avallate ricerche scientifiche, risulta anche curativa di alcune patologie, tra le quali la Sclerosi Multipla, il glaucoma, l’epilessia, oltre a poter essere usata come sostitutivo degli oppiacei nella terapia del non dolore, grazie anche ad una loro maggiore tolleranza del nostro organismo rispetto a questi ultimi. Di fatto la canapa è da sempre – in tutte le culture, quella meridionale d’Italia compresa – usata come fibra tessile, risultando il nostro paese secondo produttore mondiale fino al 1970. A seconda dei tempi di macerazione e dalle tecniche di lavorazione sitraggono fuori tessuti grezzi o fini, adatti per la produzione di sacchi, teli, cordame e vestiti e, di recente, con lo sviluppo di nuove metodiche, si possono trarre fibre che superano per qualità quelli maggiormente diffusi e di derivazione chimica, come il nylon, i tessuti felpati, ecc.; la resistenza della fibra di canapa è nota a pochi, e non solo ad uso tessile. Occorre sottointendere che si possa sviluppare un tessuto produttivo in grado di trasformarla. Ma aziende pioneristiche anche in Italia ne hanno tratto materiale utilizzabile nelle differenti fasi della catena edile, in sostituzione quando del cemento, quando dei collanti, quando delle vernici,quando degli isolanti, e combinato, con moderne tecniche di assemblamento,assieme all’acciaio soppianterebbe di netto il bitume e il cemento nella costruzione di edifici e opere pubbliche, garantendo alta resa, resistenza,elasticità. Quanti sanno lo sviluppo della massa di una pianta di canapa indiana di quant’è? Alcune stime scientifiche la attestano attorno a 4 volte superiore a quello di una pianta arborea come il pioppo. Questo significa che in pochi mesi noi possiamo avere delle piante che possono raggiungere 5 metrid’altezza, quindi con il corrispettivo in radici. Le radici della pianta di canapa sono filamentose, fitte, con una trama che compatta il volume di terra che le ospita. Cosa trattiene il terreno dalle frane? Cosa fa evitare lo straripamento dei fiumi? Se il problema dell’assetto del territorio italiano è il disboscamento e la cementificazione, trovate le risposte alle due domande e avrete qual è la soluzione. Quindi, se gli usi censiti per questa pianta sono circa, per abbondante difetto, 25.000, sicuramente molti di più di ciò che si credeva ai tempi del proibizionismo, e le sfide alla quale può rispondere sono altrettante, elaborando sapienti piani industriali dedicati e misti si possono rilanciare interi settori economici e di decine di paesi, considerando inoltre la facilità nella sua coltivazione; si può prevedere un abbassamentovertiginoso del costo di taluni prodotti, rendendo più equa l’economia derivante dal suo uso. Come? Garantendo una maggiore ricaduta dei benefici rispetto ai costi di produzione. Chiaramente stiamo parlando di una pianta. Dio santo, una pianta. Quindi si tratta di una pianta che ha un ciclo di vita, che può ricevere facilmente variazioni produttive ed innesti per adattarla ai differenti usi, oltre a risultare facile da produrre perché resistente. Qual migliore occasione per rilanciare il settore agricolo? Si accennava sopra al fatto che la canapa è stata screditata per evidenti ragioni economiche, ma tutte le campagne di discredito si sono basate su quei principi psicotropi che l’hanno fatta entrare suo malgrado tra “i flaggelli dell’umanità”. In verità sitratta principalmente del THC, sostanza presente nelle inflorescenze delle piante femmina, che crea effetti di alterazione delle percezioni. La tipologia, la quantità di THCassunto, lo stato d’animo di chi l’assume sono parametri effettivamente applicabili alla cannabis, come all’alcool, il caffè e altre droghe, ma al contrario di alcool, caffè, eroina, cocaina e tabacco non provoca dipendenza proprio per la buona capacità di smaltimento del nostro organismo e lo scarso livello di assuefazione. Si, si tratta di una droga, come il vino d’altronde. Si, è tossica, ma ad elevate quantità d’altronde. Si, può essere dannosa, ma mancano studi che ne certifichino la pericolosità e comunque dipende dal livello di THC assunto. D’altronde, tra un bicchiere di 200 ML di vino e la medesima quantità di vodka c’è una certa differenza. Alcool è uno, alcool è l’altro. Ma è ilprocesso di creazione che rende quei due liquidi differenti. La differenza nel considerare il THC sta in primis se si tratta di cannabis indica o sativa,distinzione non del tutto legittima; in secondo luogo, soprattutto, se di selezione naturale o di laboratorio. L’elevato consumo giovanile in quanto droga sta nel fatto che il proibizionismo l’ha resa oggetto di sfruttamento commerciale, proprio conservando quelle, sino a ieri ristrette, sacche di tollerata legalità della sostanza che ne hanno mitizzato il consumo (olanda),dove però si è sviluppato (per certi versi legittimamente) il mercato della qualità più sballona. Stortura questa rispetto al mercato del Vino, dove invece si badaa quello più buono. Tenendo conto del paragone, forse al mondo fa più morti direttamente e indirettamente il vino, che l’erba. Riportarla ad uno stato di legalità per usi ludico-ricreativi, oltre a garantire introiti per lo stato, mediante l’assoggettamento a monopolio di vendita e licenza di produzione, garantirebbeanche un progressivo recupero di naturalità consentendo l’autoproduzione,facendo scendere nei ceppi familiari il livello di THC, potendo altresì fissare per le qualità ad uso ludico-ricreativo un limite di percentuale di THC tale da recare il minor scompenso possibile ai suoi consumatori. Scompenso, badate,uguale sballo. Dopo una dormita, un panino con la mortadella e una doccia passa tutto! Quanto detto sinora, nel caso italico, peculiare di per sé, vuol dire una sola cosa: far morire di fame la criminalità. Tre motivi alla base di quest’assunto: il primo, semplice, è sottrarre moneta fresca. Se posso produrmela, chi me la fa fare ad andare in strada a compralra dal potere criminale? Se per completare l’opera si creano luoghi e programmi di terapia gestita dal pubblico anche per tossicodipendenti della cocaina e dell’eroina,siamo a cavallo, le cosche si fanno leteralmente in quel posto. Il secondo aspetto è l’indiretta caduta di potere economico dall’impiego negli altri settori. Stolti voi che credete che camorra, mafia, ndragheta e compagnie simili trattano solo droga. Trattano tessile, edile, industriale, carburanti. Terzo motivo, si spingerebbe ad un risanamento dell’economia nel senso green. La dico così, perché così è: i criminali non è che smetterebbero di esserlo. Ma i loro soldi smetterebbero di essere sporchi. Se vogliono continuare a maneggiare cannabis,lo farebbero con le regole dello Stato. Poi magari quei soldi si ripulirebbero,non costituendo così motivo di guerra criminale. Se vogliono continuare a fare i camorristi, i ndranghetisti e i mafiosi devono farlo con la corruzione, il traffico di uomini e di armi, tutte attività che, sganciando il controllo delle forze di polizia dalla cannabis e dalle altre droghe, rientrerebbero maggiormente nel focus persecutorio degli inquirenti. Mi sembra tutto chiaro, o no? Il proibizionismo è quel tipico atteggiamento che vuole fortemente l’arretratezza culturale,economica ed antropologica del Bel Paese. La Canapa non è un’alternativa su come passare la serata, la canapa è la soluzione alle defezioni sistemiche italiane.”.

NB: articolo scritto il 13-05-2013.

Partire dal basso…

In questi ultimi giorni ho spesso riproposto in Memoria futura articoli dal vecchio blog che riprendessero il pensiero sul ruolo delle disabilità nel senso attivo della valutazione politica, al punto di farsi di tanto in tanto spunti di un processo di policy making, che nei fatti però non è mai decollato e non ha mai preso quella piega, nonostante soggetti associativi, personalità e studiosi vari indicassero quella stessa direzione spesso da me tracciata nei termini politologici o dell’analisi delle politiche pubbliche. Tra virgolette un post dell’aprile 2014, dopo il blocco di articoli ripescati da un lontano, ma molto simile ad oggi per questioni rimaste aperte, 2013.

“Fruibilità è il termine che condiziona la mia esistenza e quella di milioni di cittadini. Si tratta di ciò che manca spesso al territorio per tanti motivi non solo strutturali. La Fruibilità sotto intende la “semplicità” del suo manifestarsi o meno. Quando cammino per strada mi rendo conto che la Fruibilità soggettivamente o oggettivamente intesa è un discorso anche culturale. L’infrazione (responsabilità soggettiva) e l’inefficacia o inadeguatezza strutturale (responsabilità pubblica), rispondono comunque a degli attegiamenti che portano i più a far ignorare le altrui esigenze. E’ come se, rifiutando l’idea dell’alterità, tanto mal agiscono che rendono la vita impossibile al resto della comunità; se con pubbliche responsabilità, ad esempio, “costruiscono” senza sottintendere l’utilizzo di quel manufatto, fermandosi solo al rispetto di qualche norma o geometria.

Un modello basato sulla valutazione dell’utilità al pubblico secondo il concetto della fruibilità, che molti dovrebbero e potrebbero adottare, ritengo vada visto in questa duplice lettura. Se amministratori della cosa pubblica o con una responsabilità sociale, adottando la visione dell’”alterità”, dunque dell’”universalità” della soluzione. Pensare alla fruibilità reale del territorio e dei servizi, prima ancora che del rispetto del tal comma. Se privati cittadini con il più semplice dei gesti, ponendosi una domanda: con il mio atteggiamento impedisco la libertà altrui? E’ una domanda semplice con risposte immediate. Basta aprire gli occhi e guardarsi attorno, fisicamente e mentalmente. Torno a me e ciò che vivo. Le mie difficoltà maggiori, ad esempio, oggi sono dovute alla mancanza di fruibilità del territorio. Tant’è vero che quello che mi riesce meglio è muovermi a piedi. Gestire l’Ufficio (siamo nell’aprile 2014, a pochi mesi dall’avvio della vecchia attività di servizi turistici nel Salento, NDA) a poche centinaia di metri da casa mi consente di avere una vita lavorativa proprio perché non dipendo per recarmici. Mi chiedo però come poter solo pensare di muovermi su di un territorio per lavoro, raggiungere autonomamente gli snodi di trasporto, ecc.; come vivere il territorio insomma. La politica ha una responsabilità enorme, sia nei termini di assoluta nefandezza nella gestione, realizzazione e manutenzione della rete viaria, sia nei termini di mancata evoluzione del meccanismo di trasporto locale. Il territorio rimane fortemente centralizzato attorno a pochissime città. Già nel capoluogo (mi riferisco a Lecce, NDA) il servizio di trasporto urbano è scarso, figurarsi in provincia. Ma responsabilità sono anche soggettive, se penso alla scarsa presenza della modalità del carPooling o simili. Auspico quanto prima il coraggio di operatori economici, organismi ed enti di vedere sotto una luce nuova ogni intervento con proprie azioni, valutando “fruibilità”, “responsabilità” e “sostenibilità” delle proprie scelte, agli individui di considerare non solo se medesimi, ma anche gli altri, nei minimi gesti come nelle azioni sociali. Delle conseguenze negative derivanti dalla cultura distorta del soggettivismo sterile, ne avete tutti visione. La maleducazione per strada, dal parcheggio indebitamente occupato, fino al mancato adeguamento delle strutture o la distorsione di denari dal welfare all’appalto, insomma ogni gesto può rendere la vita difficile e il territorio non fruibile. Troveremo presto la giusta strada? Buone chances ci sono, potremo sfruttarle solo se ognuno lascia un po di interesse particolare per guadagnarne in stima e reciprocità. Nulla muterà se non contribuiremo noi al suo mutare. Partire dal basso, appunto…”.

Questo post riletto oggi nel 2020 mi fa sorridere, perché all’epoca già usavo il motto che accompagna OpposteVisioni; mi fa sorridere pure per come mi prendevo ironicamente in giro negli articoli. MI fa sorridere meno, ma pensare molto di più, rivedendolo alla luce della crisi attuale del COVID19, dove siamo collettivamente chiamati alla sfida di compiere un passo indietro perché tutti possiamo poi essere protetti, alla pari, tutelati socialmente, se volete. Il welfare poi assume una valenza particolare,dove emergono crisi strutturali e defezioni sistemiche; ecco il perché nel riproporvi queste vecchie riflessioni, ma attuali se viste con il parametro della cronaca contemporanea.

NB: scritto l’11/04/2014

ACCADDE OGGI, 23 MAGGIO 1992: LA STRAGE DI CAPACI A PALERMO

Il 23 maggio 1992 la strage di Capaci: fu un attentato di stampo terroristico – mafioso compiuto da Cosa Nostra  nei pressi di Capaci (sul territorio…

ACCADDE OGGI, 23 MAGGIO 1992: LA STRAGE DI CAPACI A PALERMO

Giornata della biodiversità

All’inizio era sorprendente, per me, verificare come una foto di cibi e pietanze varie riscuotesse sempre un grande successo sui social, addirittura …

Giornata della biodiversità

Vi ripubblico, per la categoria Il fatto, questo interessante articolo propedeutico alla celebrazione, il 22 maggio, della giornata per la Biodiversità, a firma di Virginia Mariani e pubblicato qualche giorno fa su VitamineVaganti.

L’occasione è utile per ricordare, a proposito di questo tema legato alla tutela ambientale, a pochi giorni dall’anniversario della sua nascita (18 maggio) e ad un mese dalla commemorazione della sua scomparsa (22 aprile 2014, proprio nel giorno della Terra) la figura dell’amico Roberto Malerba. Sconosciuto a tutti coloro che o non fossero salentini o non fossero appassionati di gelsi.

Roberto era soprattutto un amico. Una persona che ho conosciuto per caso, durante un corso di formazione che mi ha saputo conquistare con il dialogo. Un vulcano, questo era Roberto. Umile di umili origini, autodidatta e colto, esperto di biodiversità, specializzato nella gelsicultura (del Salento in particolare) e bachicultura. Un luminare in Italia nel suo settore di interesse; è un caso che non abbia scritto un libro o un compendio scientifico, anche se faceva da consulente ad alcuni docenti universitari di Lecce. Sempre impegnato, dava una grande importanza alla sua formazione continua, preso da tanti progetti, sognava la possibilità di introdurre nuovamente questo cultivar nel panorama agricolo del Salento (Collepasso per la precisione), pianta che per decenni era quasi del tutto scomparso dal paesaggio rurale salentino; inoltre stava iniziando a lavorare all’opera di catalogazione (con buona parte del materiale già raccolto) degli alberi monumentali di gelso nel Salento. Operazione che abbiamo cercato, indegnamente, di riprendere dopo la sua morte.

Con la calma nell’approccio alle cose, la profondità di veduta e l’ostinata capacità di credere fino in fondo in ciò che faceva, Roberto Malerba è stato un esempio di dedizione. Per me un onore avere condiviso parte, veramente piccola, dei suoi progetti; peccato che la creatura che tanto desiderò e per la quale lavorò alacremente cucendo rapporti tra le persone, un’associazione che si facesse carico di queste tematiche (i Custodi del Salento), poi, nei fatti, non sia sfociata in qualcosa di più. La biodiversità, questo era il suo punto di partenza; la sua tutela considerata fondamentale per il territorio, per custodirlo appunto, per trasferirlo alle generazioni successive nella maniera migliore possibile.

Oggi sorrido ricordando le discussioni, ad esempio, sul ruolo del fico d’India nel panorama della biodiversità salentina. Da lui ho imparato cos’è una pianta aliena.

Roberto il 22 aprile del 2014, giornata mondiale per la terra, due anni esatti dopo la piantumazione di un gelso nel giardino della scuola elementare del mio paese (Alliste, NDA) ed un piccolo seminario tenuto ad alcune quinte classi (prima attività associativa svolta assieme), a poco più di due anni dalla fondazione dell’associazione, è stato stroncato da un infarto mentre tornava a casa da uno degli innumerevoli seminari o attività di formazione alle quali partecipava instancabilmente.

Appassionatevi, appassioniamoci alla biodiversità e attuiamo ogni gesto per la sua tutela. Conosciamola per proteggerla. Personalmente, come motivazione in più, lo farò in memoria di Roberto, che mi manca tanto, anche oggi, a distanza di sei anni dalla sua scomparsa.

E se fosse il welfare a dettare l’agenda politica?

Mi era già capitato di postare un contributo nella Categoria Memoria futura riferito al periodo precedente le elezioni del 2019, puoi vedere questo post di qualche giorno fa.

Comunque, in questi ultimi anni, un pensiero che circola frequentemente è che domina l’economia della finanza rispetto a quella reale. Forse come oggi, allora scrivevo “Problema e causa dell’attuale crisi”. La soluzione sarebbe in un nuovo modello che ritorni alla prima. Osservando il mondo da una particolare angolatura mi sono ripetutamente chiesto, ma questa poi da cosa è determinata? Di seguito ripropongo alcune definizioni e un modello, azzardando anche un paio di soluzioni per la questione welfare che, nel 2013 ed oggi in tempi di Coronavirus mi sembra uguale. Questi sono pensieri che chiunque avesse un minimo di onestà intellettuale può riprendere in azioni concrete di politica. Per l’azzardo accademico chiedo scusa, ma recentemente ho un’ispirazione a briglie sciolte! Buona lettura.

Notate Bene: VI avviso: è lungo, ma credo ne valga la pena.

“L’economia reale si basa sulla necessità degli individui di adeguarsi a degli standard di qualità di vita dignitosi; essi sono riconducibili al consumo di beni e servizi che,nel caso di modelli sostenibili dell’economia, non devono dettare un modellofordista di produzione e consumo, bensì lì dove possibile ridimensionare la propensione consumista dei moderni tessuti sociali. Occorre ricercare attraverso i beni e i servizi un livello dignitoso di standard della qualità di vita, e a seconda delle nostre necessità, propensioni ed esperienze questi standard possono subire variazioni determinando le nostre necessità di consumo. Se oltre ai beni, necessariamente e per grande parte prodotti in scala,considerassimo anche i servizi e gli elementi di consumo del “benessere”,avremmo che molta dell’economia sarebbe di piccola scala, perché concentrata sulle nostre vite e sul territorio. Questa necessità economica avrebbe quindi nel settore sociale, welfare, buona parte dei suoi riscontri, determinando meccanismi virtuosi ad ogni livello, ebbene si, partendo dall’economia, quella che ad ora ci ha rovinato. Ma occorre fare un passo in dietro  e ragionando di welfare sono necessarie alcune definizioni.

Stringendo il campo di analisi, dal “welfare” toucour considerato,possiamo estrarre un singolo aspetto: le disabilità. Per persone disabili si intendono soggetti chepresentano una menomazione fisica o patologia che compromette le funzioni“regolari” di vita, sia sul piano sensoriale, fisico, psichico e fisiologico. Non approfondendo oltre, possiamo dire che le persone disabili sono soggetti che in ogni caso possono avere, grazie a norme di diritto, condizioni economiche, supporto tecnico e tecnologico le medesime opportunità di vita di chiunque (art. 3 Cost. It.). Quando la disabilità è importante, queste opportunità si trasferiscono a chi vive loro accanto. Quindi dal punto di vista economico, i disabili sono soggetti consumatori e potenzialmente produttori di beni e servizi, dal punto di vista sociale soggetti portatori di diritti e pari opportunità, dal punto di vista politico, soggetti portatori di legittimi interessi degni di avere e “pretendere” rappresentanza. Un numero su tutti, amo’ d’esempio: in Italia, secondo recenti dati CENSIS (Censis, stima 2012, NDA) , le persone con un grado di disabilità sono circa 7 milioni! Ora concentriamoci sulle dicotomie e loro dinamiche prendendo questi 4 elementi, appunto, disabilità, economia, società, politica, azzardando una proposta per venire fuori dalle crisi strutturali di questa porzione di welfare.

Disabilità-economia

come affermato le persone disabili sono soggetti che necessitano, per vari motivilegati alla propria esistenza, di un elevato grado di consumo, oltre che di beni e servizi generici, anche di specifici utili alla soluzione e superamento degli ostacoli connessi alla disabilità. Es.: tutori per la mobilità, sintesi vocali, particolari alimentazioni e cure, impianti ausiliari protesici, ecc.;quindi i disabili sono gran consumatori, senza necessariamente badare alla crisi, perché senza quei consumi non potrebbero normalizzare la propria esistenza. Poi sono anche attori attivi di processi produttivi, potenzialmente concorrenti sul mercato del lavoro, se non addirittura creatori di outputeconomici. La defezione sta nella totale disapplicazione delle normative e in una scarsa cultura d’impresa, che nel nostro Mezzogiorno preferisce sottoporsi alle sanzioni previste dalla legge, piuttosto che adempierne gli obblighi. Esempi:centralinisti, massofisioterapisti, tecnici di consulenza e trascrizione di intercettazioni audio, musicisti sono solo alcune professioni di “vantaggio”,antiche e moderne, che i ciechi sono formati con percorsi specialistici, se non addirittura favoriti.

Disabilitàsocietà

nel corpo sociale complesso, quale quello italiano, dove si vive una continua mutazione e rimodulazione delle istanze, le disabilità giocano da un trentennio un ruolo fondamentale. Moltissime realtà associative e programmi sociali, ad ogni livello, sono loro dedicati, se non gestite da persone disabili. Alcuni esempi: campagne di sostegno alla ricerca e ai programmi di riabilitazione, adeguamenti strutturali per obblighi di legge di locali pubblici e pubblici servizi, la richiesta diprecisi servizi gestiti spesso dal volontariato.

Disabilitàpolitica

Quientriamo su un terreno molto scivoloso. La disabilità, nelle culture latine, ha visto accrescere l’interesse della politica, particolarmente negli ultimi 25anni. Ma spesso ai buoni propositi, per noi italiani, non sono seguite leazioni di policy che ci si aspettava. Anzi spesso, quelle istanze poste come sigillo della garanzia di uno Stato di diritto, sono stati disattese, violate,sbeffeggiate dalla “casta” politica, ad ogni livello:

Data la definizione e loro esemplificazioni di queste dicotomie, resta da considerare che nei confronti delle persone disabili l’economia (almeno come disabili/consumatori) si adegua rapidamente; la società vive di alcuni ritardi culturali, dove la scarsa considerazione di aspettative dei disabili stessi portano spesso ad alimentare pregiudizi e cattive abitudini. La politica,infine, si dimostra tardiva nell’assimilazione e gestione del bene comune di questa risorsa sociale, preferendo gli equipaggiamenti militari al benessere degli individui che dovrebbe “amministrare”. Piccola nota al margine, che magari racchiude tutt’e tre le storture, è che la politica spesso si fregia e usa le disabilità come passerella o trampolino di lancio di velleità, che a riflettori spenti dimostrano la loro pochezza morale.

Soluzioni?

Bravo Alessandro!!! Ma come ne veniamo fuori?

Dal punto di vista economico sicuramente mettendo a regime le leggi e conservando quegli strumenti che ci permettono di essere attori passivi ed attivi dei processi economici. Farci sguazzare nei servizi, possibilmente facendoceli produrre.

Per la società chiaramente occorre rimodulare le fondamenta culturali delle disabilità, attraverso efficaci campagne sociali,che discostino la nostra immagine dai soggetti portatori sani di compassione,dandoci di fatto quella “dignità sociale” che è sinanco affermata nella Carta dei diritti delle persone disabili dell’ONU e che vede l’Italia fortemente disattenderla, ma non giuridicamente, bensì dal punto di vista culturale.

Per la politica? Che queste sante e benedette quote di rappresentanza siano di fatto restituite ad una logica, dando spazio e voce al 12/15% della popolazione italiana, tra persone direttamente interessate e loro familiari, che non misembrano una fetta trascurabile. Parliamo di milioni di voti. E sono buono,perché escludo le persone disabili straniere, dove altri sono ancora i diritti da affermare. Vi renderete conto che includerci nei processi attivi ad ogni livello è tutto vantaggio della collettività? I principi cardini di ciò sono due: uno riconducibile all’oggettività della questione, ovvero un corpo socialee un tessuto territoriale fruibili dai disabili lo sono per tutti. Come per le donne, le persone disabili o loro portatori di interessi possono esprimere sensibilità che, mi pare superfluo dire, gran parte della casta non esprime. Nell’osservare le liste e recandovi alle urne, ricordatevi di questo ragionamento, non fermandovi alla forma, ma indagando sulla sostanza.”.

NB: articolo scritto l’11-01-2013.