Andrea Aufieri intervista Marco Cappato: tra diritti civili, attivismo politico e democrazia partecipativa

Foto di Cappato in piazza Montecitorio @MarcoCappato

La democrazia elettorale è in una crisi profonda, che non è dovuta – come spesso si tende a credere – all’inadeguatezza dei protagonisti, ma semmai è la conseguenza di problemi strutturali che essa incontra.

Il 28 aprile Marco Cappato dovrà nuovamente comparire in un’aula di tribunale, a Genova, perché ottusamente perseguito per il proprio impegno per la tutela di diritti umani e civili ancora “incredibilmente “ assenti dall’agenda politica e dal dibattito pubblico.

Questa notizia l’apprendo leggendo un’intervista allo stesso Cappato di Andrea Aufieri, dove Marco si racconta e descrive gli orizzonti dei diritti e della politica ancora ignorati da politica e società italiane, che vi consiglio vivamente di leggere Qui.

Mancanze della politica assolutamente trasversali

Il 3 dic di ogni anno ricorre la giornata internazionale delle persone con disabilità, momento utile per riflettere sulle reali condizioni esistenziali e sull’effettiva applicazione delle tutele per milioni di donne ed uomini in tutto il mondo, Italia compresa.

Vi segnalo una nota a mia firma pubblicata sulla pagina facebook del Disability Pride che potete leggere nella versione originaria e per intero Qui .

Le riflessioni che seguono, oltre che dalla sentenza 152 del giugno 2020 della corte costituzionale, sono ispirate da Questo articolo Firmato da Dario Dongo sullo stato dell’accessibilità nel trasporto ferroviario italiano. Buona lettura.

“Partiamo da un dato di fatto: nel “Decreto agosto” le misure a sostegno della disabilità sono scarse, nel caso dei disabili lavoratori o di familiari lavoratori di disabili gravi, inesistenti, se non un aleatorio diritto al cosiddetto “smart working”. L’osservazione proviene da varie organizzazioni e le mancanze in Italia, si sa, sono croniche e ben sedimentate nel tempo. Modifiche ed integrazioni degli strumenti di sostegno sono arrivati con i successivi decreti, ma nonostante l tentativi, si può affermare che l’indirizzo sulle questioni riferite alle disabilità resta di tipo assistenziale, e si registrano fenomeni che indicano questa tendenza. Al di là delle scarse risorse investite in tal senso, la mancanza di visione degli interventi rappresenta la costante dell’agenda di governo in questa materia.

Molto ha fatto discutere, nelle scorse settimane, l’aumento delle pensioni di invalidità civile minime fino al cosiddetto “raggiungimento del milione”, per coloro che hanno il 100% di invalidità riconosciuta e rientrano negli indicatori ISEE. Questa, che potrebbe sembrare una scelta politica, in verità è dettata dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 152 dello scorso giugno, che rende illegittima la norma del 2001 che assegnava tale aumento alle persone con più di sessant’anni, oggi invece tale diritto è riconosciuto a tutti i maggiorenni.

La riflessione amara, già valida per tanti altri aspetti legati ai diritti civili,è che la politica deve adeguarsi a delle decisioni dell’Alta Corte, eludendo il proprio compito di governare le esigenze del corpo sociale, indirizzando con politiche efficaci lo sviluppo e il progresso del nostro Paese. Perché a ben vedere, se dovessimo contare le istanze pervenute alla politica dalle varie organizzazioni di disabili nel corso del tempo, si può dire che molto poco ascolto c’è stato.

Alcuni esempi? La scuola lamenta continuamente carenze strutturali, di attrezzature di sostegno e di personale adeguato per gli studenti con DSA o bisogni educativi speciali. Sull’assistenza tramite fondi speciali per non autosufficienti si è detto sopra. Di politiche per la disabilità attiva, attraverso il lavoro, nemmeno a parlarne. Di investimento sulle infrastrutture per l’accessibilità un recente articolo di Dario Dongo rende chiaro lo stato della situazione nel nostro Paese.

Le domande a riguardo sarebbero tante, ma in maniera trasversale ne pongo solo una ad eventuali interlocutori politici ed istituzionali: avete idea della portata sociale della disattenzione verso il mondo delle disabilità? Non voglio qui snocciolare numeri. Il rapporto INSTAT del dicembre 2019 è molto eloquente. Ma al margine di queste annotazioni e in una nuova “Giornata mondiale delle persone con Disabilità”, volevo sottolineare come per la politica non contano gli interessi di una fetta prossima al 9% della popolazione, indicando come in Italia esistono cittadini di seria A e cittadini di serie B, con il tacito azzeramento delle garanzie costituzionali contenute nell’articolo 3 della Carta e dei principi espressi nella Convenzione dell’ONU del 2006.

Non vorrei sembrare ripetitivo, ma questa disattenzione cronica e trasversale della classe dirigente, di ogni epoca recente e di ogni colore politico (al di là della tassonomia istituzionale che di tanto in tanto dedica alla disabilità un ministero) mi parrebbe configurarsi come violazione dei diritti umani.

In conclusione, l’invito che rivolgo agli interlocutori istituzionali e ai vari dirigenti pubblici e privati (perché anche le corresponsabilità, come nel caso dei trasporti, sono trasversali) è di gettare lo sguardo sul tessuto sociale italiano. Se vi soffermerete a guardare l’insieme al posto di limitarvi a vedere le singole criticità sulle quali porre delle pezze, vedrete un corpo sociale che richiede attenzione. Questa voce deve essere ascoltata, perchè il fatto che provenga dalla parte più fragile della società vi darebbe l’opportunità di risolvere, con le giuste politiche pubbliche (queste sconosciute), i problemi di gran parte della società italiana. Investire in accessibilità, cura domiciliare, integrazione lavoratva, inclusione scolastica e sociale migliora di gran lunga la stima che un popolo ha di sé. Non sarebbe forse il caso di affrontare in questo periodo di crisi tale sfida? L’obiettivo è costruire una società più giusta.”.

Partecipazione alla vita politica e pubblica. Via @AccessoTotale del network del @DisabiliPride

Riflessioni sempre utili sulla Convenzione dell’ONU sui diritti delle persone con Disabilità provenienti da una realtà del Disability Pride.

L’art. 29 della Convenzione ONU per i diritti delle persone con disabilità fa riferimento alla partecipazione alla vita politica e pubblica da parte …

Partecipazione alla vita politica e pubblica

Il libro bianco sulle droghe 2020.

Fuoriluogo. Copertina del libro bianco sulle droghe

Il 26 giugno scorso, Giornata mondiale indetta dall’ONU contro l’abuso di droghe e il narcotraffico, c’è stata la presentazione dell’Undicesima edizione del Libro Bianco sulle droghe curato da Forum Droghe, che in verità aveva già visto una presentazione ufficiale il giorno prima, quando durante la manifestazione di Montecitorio indetta da MeglioLegale veniva presentato alla Camera dei Deputati il documento elaborato per fotografare il livello di consumi in Italia e sullo stato delle politiche per la prevenzione del danno. Al webinar di presentazione del documento alla stampa hanno preso parte i rappresentanti delle realtà e i ricercatori che hanno contribuito alla stesura di quest’importante documento di analisi che, è utile sottolineare, , non è prodotto da un’agenzia pubblica, ma demandato alla volontà del terzo settore e delle realtà dei servizi alle tossicodipendenze.

Il quadro generale

Dalla lettura di questa edizione del libro bianco emerge il verificarsi di una doppia realtà, che a sua volta comporta due conseguenze; nel complesso la ricerca restituisce la fotografia di un paese ancora impreparato ad affrontare strutturalmente la questione. Da un lato l’immobilità della politica, al cospetto del fatto che in tutto il resto del mondo – a a prtire dalle agenzie dell’ONU – ci si sta ponendo il problema del proibizionismo, ovvero l’arretratezza sociale e le difficoltà economiche che comportano le politiche proibizioniste. D’Altra parte c’è l’incapacità della stampa italiana di presentare la questione del consumo non come un aspetto legato alla pericolosità sociale (percezione provocata dalla presenza nella cronaca legata alle sostanze della criminalità, come gestore unico del mercato di riferimento), non già per quello che a tutti gli altri appare ovvio, cioè come una questione legata alla scelta personale, alla tutela dei consumatori e riferita ad aspetti di tipo socio-sanitario.

Cosa non fa la politica

Dal lato della incapacità della politica di agire nel senso di evoluzione del sistema, con l’approvazione di una politica di prevenzione ancor più che di repressione, ha come conseguenza il disumano sovraffollamento delle carceri e intasamento del sistema giudiziario, con più di 172000 processi per reati legati al consumo di droghe, rispetto a soli 40mila per reati di traffico, come ricordava Elia De Caro di Antigone durante il suo intervento; si ricordava anche come il 35% della popolazione carceraria è costituito da donne ed uomini private della libertà personale per reati riconducibili al consumo e al piccolo spaccio, dato emerso anche durante la presentazione della Relazione al Parlamento di Mauro Palma, Garante Nazionale delle persone private della libertà,svolta sempre durante la mattinata del 26 giugno. Una seconda conseguenza è quella paradossale vissuta dai consumatori di cannabis terapeutica, che spesso anche in presenza di prescrizioni mediche hanno delle conseguenze penali perché ritenuti “contravventori” per la legislazione attuale, con una serie di conseguenze personali che aggravano situazioni socio-sanitarie già poste di frequente al margine dell’attenzione degli enti di cura e assistenza. In generale, l’assenza di uniformità dei servizi sul territorio nazionale e di politiche nel settore emerge con forza, denotando un gravissimo e colpevole ritardo della nostra dirigenza politica e del Parlamento rispetto a tutto quel mondo occidentale (e non solo) che invece si è posto il problema di cambio di passo, compresi quegli stessi Stati Uniti che iniziarono la guerra alle droghe, con il sostegno all’approvazione della prima convenzione internazionale di contrasto nel 1961. Oltretutto questo cambio di passo non è rallentato con il Coronavirus, bensì ha visto in varie realtà accelerazione per tentare di arginare le conseguenze del Covid; si è notato in alcune esperienze degli states come una politica antiproibizionista mitigasse le conseguenze economiche della crisi.

La cattiva informazione

La conseguenza emersa a carico del ritardo del mondo della comunicazione ad adeguare lo standard qualitativo delle informazioni attorno al mondo delle dipendenze e del sistema carcerario è riconducibile al persistere di uno stigma che a livello sociale ancora è fortemente pervaso nella nostra collettività. Ciò dimostra il grande disinteresse per la questione del consumo delle sostanze, un fenomeno che complessivamente coinvolge 8 milioni di cittadini italiani. Non sono di certo una quota marginale della popolazione. Questi cittadini, aspetto rivendicato con forza da molti relatori, meritano attenzione da parte della politica anche per una tutela come consumatori, quindi con una ovvia normazione del mercato per controllare la qualità delle sostanze circolanti, aspetto che denoterebbe appunto il rispetto di persone che scelgono consapevolmente quale sostanza consumare, sforzo che presuppone la capacità di allontanarsi dall’immagine di un drogato pronto a comprare di tutto sul mercato illegale pur di provocarso lo “sballo”.

La cannabis come volano antiproibizionista

Ruolo importante nella relazione e al centro del dibattito di queste settimane lo ha la cannabis, considerando anche la vicinanza della manifestazione di piazza Montecitorio e l’iniziativa dei cento parlamentari, che durante gli Stati Generali delle scorse settimane hanno scritto una lettera a Conte per ribadire l’importanza di valutare politiche di depenalizzazione per tutti i motivi sinora descritti, oltre che per motivi economici visto il tema della serie di meetting di Villa Panfili. Tutti i relatori hanno sottolineato la necessità di decriminalizzare e regolamentare la produzione, l’uso e la vendita di cannabis, per poi aprire la strada antiproibizionista verso tutte le sostanze, in modo da sottrarre da un lato potere economico alle organizzazioni criminali, dall’altro trarre risorse per i livelli di cura e assistenza – guardando alla riduzione del rischio -, sia in termini di risorse liberate nel sistema giudiziario, inquirente e penitenziario, sia per gli introiti diretti derivanti dalle imposte sul commercio dei vari prodotti, fattori che darebbero respiro non poco alle casse dello stato, oltre a vedere l’attivazione di centinaia di migliaia di posti di lavoro.

Ovviamente sui canali social di Forum Droghe e FuoriLuogo troverete traccia del webinar e degli altri appuntamenti dedicati alla presentazione del libro bianco, che potete trovare e scaricare Qui

ACCADDE OGGI, 20 GIUGNO 1979: NILDE IOTTI DIVENTA LA PRIMA DONNA PRESIDENTE DELLA CAMERA

Ci sono alcune date importanti nel calendario civile di un paese. quando la camera dei deputati vide l’elezione per la prima volta di una donna alla sua presidenza possiamo dire che la nostra democrazie a, secondo le pari opportunità dettate nell’articolo tre della costituzione, sicuramente compiuto un passo in avanti verso una sua piena affermazione. Nilde Iotti, sì è stata eletta per tre volte alla presidenza di palazzo Montecitorio, evidentemente come politica, come donna delle istituzioni e come cittadina aveva qualcosa di più. Certo, essere donna non vuol dire essere sicuramente la migliore guida. Guardiamo ad esempio all’esperienza e alla figura, controversa per la cronaca anche oggi, di un’altra donna presidente della camera come Irene Pivetti. Però quell’esperienza è servita per vedere poi un’altra figura femminile importante seduta sullo scranno più alto della camera dei deputati, come Laura Boldrini, persona più consona ed erede più coerente dell’esperienza della Iotti. Se consideriamo complessivamente il periodo da quel 20 giugno 1979 ad oggi, in 41 anni, per ben 23, la camera dei deputati è stata guidata da una donna, con vicende alterne. Comunque, ad ogni modo, anche se tanta è la strada verso le pari opportunità si tratta di un dato di cui compiacersi…Se consideriamo complessivamente il periodo da quel 20 giugno 1979 ad oggi, in 41 anni, per ben 23, la camera dei deputati è stata guidata da una donna, con vicende alterne. Comunque, ad ogni modo, anche se tanta è la strada verso le pari opportunità si tratta di un dato di cui compiacersi…

Il 20 giugno del 1979 per la prima volta in Italia una donna, Nilde Iotti, viene eletta Presidente della Camera dei deputati.

ACCADDE OGGI, 20 GIUGNO 1979: NILDE IOTTI DIVENTA LA PRIMA DONNA PRESIDENTE DELLA CAMERA

Madri d’Europa

Tra il 7 e il 10 giugno 1979 si sono svolte le prime elezioni per formare l’assemblea del parlamento europeo, istituzione centrale nella complessa architettura dell’unione. la stessa comunità europea, poi Unione Europea, ha visto il contributo pesante ed attivo, ma non sempre riconosciuto, di alcune donne. Questo articolo, che presenta un libro dedicato all’argomento, restituisce visibilità ed onore alla componente fondamentale senza la quale il progetto europeo, forse, non sarebbe arrivato.

Recensione. Le Madri fondatrici dell’Europa. A quarant’anni dalle elezioni europee del 1979. Di Maria Pia Di Nonno Molte persone ricordano i nomi dei…

Madri d’Europa

La destra italiana tra rappresentazione veterofascista ed apologia della mafia, con uno sgombero atteso da quindici anni.

Il trend registrato in ambito culturale nel Paese, con certi episodi, ancora descrive un’Italia profondamente retrograda, legata a vecchi retaggi e, fatto ancora del tutto inspiegabile, legata ad un potere dalle vecchie rappresentazioni, come accennavo nel post sui blitz del 4 giugno.

Per quanto riguarda le manifestazioni del 2 giugno della destra italiana registro solo che si vede viva una subcultura che agisce come se la presenza della mafia sia normale, ne determina la sua essenza con la rappresentazione plastica di un’entità fallibile. “La mafia ha sbagliato fratello” è l’apologia dell’essenza mafiosa, perché in grado di agire per proprio conto con violenza, ma vicina a noi perché percepita come fallibile, se tale posizione sostiene un’eversiva offesa della prima carica dello Stato; non credo di esagerare dicendo che si tratta di un sentimento diffuso in quella sconcia rappresentazione di questa destra fintamente democratica.

Attenzione, il messaggio che si vede nel video diffuso da Globalist è la condizione mentale, culturale, di molti italiani. Apprezzo sempre di più la figura di Michele Ansaldi, in tempestivo primo piano per la denuncia di queste ignobili rappresentazioni di neofascismo nel nostro Paese.

Mi resta comunque il sapore di un’impunità dei fascisti, come dimostra la vicenda del Palazzo abusivamente occupato nel centro di Roma e che finalmente vede la Notifica di sequestro dello stabile. Esistono norme che dovrebbero tutelarci dal ritorno del fascismo. Esistono norme che puniscono le offese al Presidente della Repubblica, esistono norme di buon senso che indicano l’esempio da seguire, anche per la reale percezione dei fatti e del mondo. Ma invece siamo sempre al punto di cercare di scardinare con la ragione quel sentimento profondamente diffuso nell’ossatura del Paese, che legittima il potere mafioso, offende il Presidente, manifesta la sua natura fascista, ignora le regole della civile convivenza e le decisioni contingenti delle autorità. Eversivi è poco.

Il 2 giugno tra auspici del Presidente e domande del tutto aperte.

Tricolore al vento

Cara lettrice, caro lettore, oggi è inevitabile sottoporre – in primo luogo a me stesso – alcune riflessioni, nozioni e domande per celebrare il 74° anniversario della nascita della Repubblica a seguito del Referendum svolto nella prima domenica di giugno del 1946.

Non posso non iniziare con il proporti l’ascolto dell’Inno nazionale completo di testo e nella sua versione integrale, dove emerge il profondo senso di Comunità dell’Italia risorgimentale, sentimento rarefatto se guardiamo all’Italia di oggi.

Auspici del Presidente

Il Presidente Mattarella si recherà oggi a Codogno, dove si è registrato l’inizio della crisi del Coronavirus, per indicare quell’Unità nazionale espressa come necessaria nel celebrare il 2 Giugno – festa nazionale della Repubblica – dall’Altare della Patria nelle prime ore della mattinata. Unità del Paese che viene interpretata dal Presidente come maggiormente necessaria nei momenti di difficoltà, tentando di alimentare quella che come scrive Carlo Fusi nel suo Editoriale occorre individuare come coesione nazionale, territoriale, della comunità che, forse, a partire proprio da quel referendum di 74 anni fa non si è mai del tutto insinuata nella coscienza nazionale, registrando anzi una dualità costante della nostra Italia, problema che chi abbia studiato o si diletti di storia contemporanea sa che ci portiamo dietro dall’Unità nazionale, definizione di “due Italie” poi coniata da Francesco Saverio Nitti.

Il fatto storico

Ma che proporzione ebbe quel Referendum nella popolazione? Che cosa raccontò l’esito di quella consultazione? Dal Ministero degli interni leggiamo che domenica 2 e lunedì 3 giugno 1946, l’89,08% dei 28.005.449 elettori italiani aventi diritto si recarono alle urne per rispondere al quesito del REFERENDUM SULLA FORMA ISTITUZIONALE DELLO STATO. Dei 24.946.878 voti validi, si espressero per la Repubblica 12.718.641 (54,27%), mentre per la Monarchia si espressero 10.718.502 (45,73%). Da registrare che tra Schede bianche e schede non valide contiamo 1.509.735, ovvero una percentuale vicina al 7% di popolazione votante che non volle o non seppe esprimersi nel senso del Referendum proposto, una percentuale che oggi farebbe sorgere o cadere un governo nel giro di una notte. Considerate che non fu una consultazione facile dal punto di vista dell’approccio istituzionale; infatti il governo era provvisorio, eravamo ancora in una situazione post bellica e gli stessi dati furono elaborati in un lunghissimo periodo, considerando che molte province – di quello che sino ad allora era il Regno d’Italia – presentavano seri problemi infrastrutturali, circostanza che compromise la tempestiva raccolta degli apparati centrali dei dati emersi dalle urne elettorali. Il risultato che attribuiva il passaggio alla Repubblica venne infatti ufficialmente reso esecutivo dieci giorni dopo lo svolgimento del Referendum. I risultati furono proclamati dalla Corte di cassazione il 10 giugno. La notte fra il 12 e 13 giugno, nel corso della riunione del Consiglio dei ministri, il presidente Alcide De Gasperi, prendendo atto del risultato, assunse le funzioni di capo provvisorio dello Stato, mentre il Re Umberto II in quelle ore lasciava il territorio nazionale.

Come evidenziava lo stesso Carlo Fusi nell’editoriale sopra citato, anche in quell’occasione si palesò una frattura duale del tessuto sociale italiano: un nord repubblicano e un centro-sud monarchico; un tessuto elettorale femminile monarchico e democristiano (in quelle elezioni si compose anche l’assemblea costituente per la nuova Costituzione) e un elettorato maschile fortemente patriarcale. Questo dualismo si condensa nello scarto di 2 milioni di voti che, apparentemente potrebbero sembrare tanta roba, ma che in verità rappresentano una linea sottile di demarcazione della volontà popolare, ancora attaccata a dei retaggi culturali che non permisero l’assimilazione del passaggio istituzionale, nonostante il fatto che alla monarchia non venne perdonato l’ingiurioso lassismo di fronte al regime e la fuga verso Brindisi nel momento dell’invasione nazista di Roma a seguito dell’8 settembre.

Domande

Ma torniamo alla contemporaneità e, come nel mio stile, lancio delle domande che non hanno il compito di guastare questo 2 giugno, bensì di rilanciarlo con una riflessione sul nostro essere Comunità, aspetto che il Presidente Mattarella spesso ha richiamato nei suoi discorsi. Esiste davvero questa solidarietà nazionale? Esistiamo davvero come comunità coesa da nord a sud?

Rispondere oggi non è il caso, lasciamo che queste domande aleggino su di noi e ci inducano alla riflessione profonda. Alimento questo sforzo di comprensione del significato sull’essere una comunità nazionale chiedendomi, chiedendovi, se come componenti di questa comunità abbiamo mai completamente compreso il senso dell’articolo 3 della Costituzione? E poi:abbiamo mai preteso quell’uguaglianza ivi contenuta che dovrebbe accomunarci in uno spirito di coesione? Abbiamo mai creduto che l’articolo 2 fosse nostra guida, indicandoci la dignità della natura umana come centrale nella Repubblica? Come cittadini ed istituzioni abbiamo assimilato il senso della parità nel lavoro tra uomini e donne presente nell’articolo 37? in quest’epoca di Coronavirus, come colettività abbiamo saputo fare tesoro dell’articolo 32? Il tessuto imprenditoriale italiano si è mai mosso nel senso dell’articolo 41, il meno applicato dopo l’articolo 3? Le libertà dell’articolo 21 sono state onorate dagli operatori dell’informazione con deontologia e professionalità? L’onore e la disciplina richiesti all’articolo 54 sono stati interiorizzati dai nostri rappresentanti, ad ogni livello.

Con questi interrogativi vi lascio e vi auguro una buona Festa della nostra amata, non apprezzata fino in fondo, Repubblica italiana, affidando gli auspici contenuti in queste domande all’ascolto del celebre brano di Francesco De Gregori, “Viva l’Italia”.